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Articolo sulla mia mostra Face’n'roll – Basexaltezza

Nuova collaborazione: Audioreview

Sono felice di annunciare la mia collaborazione con Audioreview – in veste di giornalista musicale, ça va sans dire – a partire dal n. 333, attualmente in edicola!

In questa edizione: Great Lake Swimmers, Janis Joplin, Amor Fou

Il disordine delle cose – La giostra

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:)

Jon Spencer e la Blues Explosion allo Spazio 211 di Torino, il cuore caldo del rock’n'roll

Read me @ http://www.myword.it/rock/news/55165

Enjoy! :)

Giovanni Peli – Tutto ciò che si poteva cantare

Read me @ http://www.myword.it/rock/reviews/5616

Edda – Odio i vivi

Read me @ http://www.myword.it/rock/reviews/5614

Davide Toffolo e gli Allegri Ragazzi Morti: luce a nordest

Davide Toffolo? Classico esempio di poliedricità artistica. Cantante, chitarrista, fumettista: tre anime che convivono con grande passione e sincerità. Ha fondato nel 1994 i Tre Allegri Ragazzi Morti, con i quali ha sviscerato l’adolescenza tuttotondo di migliaia di persone in crescita, intrappolate nella famosa zona d’ombra da cui molti non sono usciti, appunto, vivi. Nati a Pordenone, in quel nordest operoso, preciso e freddo di vento, poco abituato a dar notizia di sé ma intimamente ribollente, caldo di idee e di energie sommerse come il Carso. Una band illuminata di luce brutale ma schietta, faro puntato in faccia alle abitudini, i vizi, la quotidianità di chi si sente ai margini della società, di se stesso, di chi vive in sprezzo alle convinzioni. Davide Toffolo, sempre in bilico tra fumetto e musica, ha raccontato le mille vite perdute e le speranze, le lotte di tante persone, appena un po’ più bidimensionali, ma che soffrono, piangono, godono. Come noi. Raggiungo Davide al telefono dopo una piccola odissea fatta di appuntamenti desiderati, mancati, rimandati. Finalmente sento la sua voce! È serena, lievemente scossa da un accento friulano, che la rende così particolare, semplice e sincera allo stesso momento. Iniziamo subito a parlare dell’ultimo disco dei Tre Allegri Ragazzi Morti, uscito in marzo, intitolato Primitivi del futuro.

Primitivi del futuro ha un sound molto diverso rispetto ai dischi precedenti. Avete abbandonato il punk, fil rouge della vostra carriera, in favore del reggae e del dub: come mai questo cambio di prospettiva?

Non è stata una scelta ben definita anche se, fin dall’inizio, abbiamo cercato una lingua diversa, che si discostasse da quella che abbiamo sempre utilizzato. Quando si è trattato di fare il disco abbiamo scelto il produttore Paolo Baldini (Africa Unite, nda), che ha fatto crescere l’ipotesi di poter andare in una direzione completamente reggae. Di base c’era la volontà di parlare una lingua differente, perché la realtà che abbiamo intorno è diversa da quella che ci circondava quando abbiamo iniziato a suonare. Il rock, in fondo, è stato un po’ “mangiato” dalla televisione e dalle difficoltà nel comunicare.

Nuovi personaggi irrompono nella realtà descritta dal disco: alcuni di essi raccontano un mondo crudele, avaro di affetti e solitario. L’abbandono del “mondo naif” non è indolore ma permette di avvicinare la narrazione a ciò che viviamo quotidianamente. Secondo me è il disco della “maturità” in tutti i sensi: i testi non sono più legati al mondo adolescenziale ma si aprono ai trentenni, come se il passaggio all’età adulta si fosse ormai compiuto.

I Tre Allegri Ragazzi Morti, per mia precisa volontà, non si sono mai dedicati ad una scrittura per ragazzini, ma ad una scrittura sull’adolescenza. Il mondo che raccontiamo in questo album è sicuramente più vicino a noi, ma rimane una visione in qualche modo fantastica o “di ricostruzione”, perché il mio modo di scrivere ha più a che fare con il disegno che con la descrizione di quello che vedo intorno a me. E’ indubbio che questo disco includa sia nuovi personaggi sia un nuovo tipo di musica per noi. Ma io non lo vedo come un album di “rottura”, visto in prospettiva rispetto al passato: per me è da inserire in un percorso di continuità. Quando mi dicono “è il disco della maturità” mi prendo un po’ paura!

Cosa rappresenta per te l’adolescenza? Per quali motivi ti affascina?

Per me è sempre stato il momento di passaggio, quel momento in cui una persona decide cosa diventerà, perciò credo rimanga una chiave per capire ciò che siamo. E’ il periodo in cui io ho trovato la mia forma e un luogo molto fertile per scrivere. Ho scritto dei fumetti, delle canzoni che hanno a che fare con l’adolescenza. Ne ho parlato così tanto in questi anni che non riesco più ad occuparmene, almeno nelle interviste! (ride, nda)

Mio fratellino ha scoperto il rock’n'roll era una vostra canzone di qualche anno fa: cosa significa rock’n'roll e che ruolo riveste la musica rock per te?

Il rock’n'roll per me è sempre stato sinonimo di alterità. Se la musica italiana è sempre stata la musica leggera, il rock’n'roll è sempre stato un linguaggio altro. Infatti, i Ragazzi Morti scrivono delle canzoni facilissime, chiaramente non stupide ma costruite su una modalità che ricalca quella della musica popolare, non italiana ma americana, e questo costituisce ancora oggi, per molti, una sorta di “infrazione” nei confronti della tradizione nazionale. Il rock’n'roll è stato anche la musica di mio padre ed è stata per molto tempo l’idea di una scoperta, anche un po’ naif, della propria diversità e della propria essenza: per questo io lo sento vicino all’adolescenza.

State girando l’Italia in tour: come è stato accolto il nuovo disco?

Molto bene! Nelle prime date, in particolare, come avviene sempre quando presenti un disco nuovo, avverti una grande attenzione e allo stesso tempo devi convincere le persone che hai davanti. Questa volta la sfida è stata doppia, perché questa diversità nel sound ci ha costretti ad avere un atteggiamento, anche fisico, molto differente da quello che avevamo in precedenza, cosa che ci ha fatti praticamente ripartire da zero: ecco spiegata l’energia fortissima che sentiamo!

Parliamo del tuo lavoro come fumettista. Senti più tua la musica o il fumetto? Quale delle due forme espressive è più connaturata al tuo modo d’essere?

In questa cosa sono “doppio”: non riesco a scegliere, e non ho ancora scelto, tra i fumetti e la musica. Ti devo confessare che la quantità di lavoro che ho fatto in campo musicale, negli ultimi tre-quattro anni, ha rallentato molto la mia attività in ambito fumettistico. In questi giorni sto mettendo a posto una serie di appunti che potrebbe confluire in un libro nuovo. E’ difficilissimo scegliere tra le due opzioni. Quando mi sento sotto pressione con una delle due forme artistiche, tendo a rifugiarmi nell’altra: funziona sempre.

Hai frequentato la scuola di fumetto di Andrea Pazienza, a Bologna: che ricordi hai di questa esperienza?

È stata l’esperienza più formativa della mia vita, durata solo un anno, certo, ma molto intensa. Avevo circa diciannove anni…per la prima volta ho incontrato delle persone, degli artisti, che avevano un amore così grande e profondo per quello che facevano al punto da rimanere dentro di me anche ora: è una forza che io ho voluto emulare in tutta la mia vita.

Quali sono le tue fonti di ispirazione sia per la musica sia per il fumetto?

Ho letto moltissimi fumetti e ho ascoltato altrettanta musica. Non so se sono gli altri fumetti a fornirmi l’ispirazione per le mie tavole, anche se di solito funziona così: si cerca di riprodurre qualche sensazione, qualche emozione che si è vissuto in passato, e questo è il motore di ciò che ogni artista fa. In questo momento sto lavorando ad un libro che è una sorta di biografia a fumetti di un grande disegnatore italiano: Roberto Raviola in arte Magnus, l’inventore di Alan Ford. Questo mi permette di mettermi in comunicazione costante con il lavoro di un altro disegnatore. Magnus è sicuramente fonte di ispirazione per le mie opere, ma non è l’unico. Cito anche David Bee e Gipi, che spesso rileggo per trovare una forma adatta al mio lavoro.

Nel 2002 hai pubblicato un libro, Intervista a Pasolini. Siete entrambi friulani. Puoi farci una riflessione sulla figura di questo grande intellettuale italiano?

Uno dei punti chiave del libro sta nella figura di Pasolini come scrittore che mette in gioco la propria vita. Chiaramente anche l’aspetto “territoriale” ha avuto un ruolo importante. Pasolini per me ha svolto la funzione di specchio: ho cercato di capire, nelle sue parole, quello che poteva servire anche a me. Una sorta di confronto tra artisti.

È uscito nel 2009 il terzo e ultimo atto dei Cinque Allegri Ragazzi Morti. Cosa ci racconti di quest’opera?

È la raccolta completa delle storie che ho scritto sui ragazzi morti: le ho iniziate idealmente nel 1994, anche se la maggior parte del lavoro è stato fatto tra il 1999 e il 2001, il periodo in cui ho disegnato più di cinquecento tavole a fumetti divise in nove storie. L’ultima invece è stata pensata assieme alle altre ma è stata disegnata poco prima che venisse pubblicata, cioè l’anno scorso. È il corpo principale dei fumetti sui ragazzi morti e sono felice che per la prima volta ci sia un luogo in cui trovare tutte le storie relative a loro, insieme ai dischi, visto che si possono trovare in allegato alcune raccolte di nostri brani. Sono orgoglioso del lavoro realizzato con gli Allegri Ragazzi Morti: è un lavoro complesso, articolato, che ha poco a che fare con la maniera tradizionale di mettere in moto la musica.

Un saluto ai nostri lettori.

Il nostro saluto tipico era “bacini & rock’n'roll”, visto che ora abbiamo due lingue vi saluto con bacini &reggae&roll! Chi verrà ai nostri concerti avrà un po’ di reggae e un po’ di rock’n'roll, ma soprattutto avrà noi.

laura.albergante

Pubblicato in Nella Nebbia n. 26, luglio 2010

La mia mostra fotografica @ Basexaltezza – Novara

La mia mostra fotografica @ Basexaltezza - Novara

Nevermind: spirito adolescente

Oh well, whatever, nevermind” …queste parole risuonano ancora nella mia mente. Cupe, impotenti, rabbiose. Come se vivere o morire, vincere o perdere fossero la stessa cosa. Quel biondino dall’aria pallida e profondamente annoiata mi guardava dalla tv dritto dritto negli occhi, quasi cercasse di scuotermi dalla mia infanzia. Ero troppo piccola per capire il significato di Smell Like Teen Spirit; troppo giovane per cogliere l’ironia di Come As You Are, in cui Kurt giurava di non avere un fucile.
Ma quello sguardo disperato era più potente di qualsiasi barriera linguistica, di età o sesso.

Sono passati vent’anni dall’uscita di Nevermind. I Nirvana avevano pubblicato Bleach due anni prima: un disco acerbo, ma con perle da rifinire come About a girl, Love buzz e School. In copertina, una foto di quattro giovani lungocrinuti: Cobain, il fido Krist Novoselic al basso e un altro chitarrista; dietro le pelli sedeva Chad Channing, rimpiazzato nell’album successivo da Dave Grohl, dalla ritmica robusta e sicura. Difficile immaginare l’impatto dirompente che ha avuto il grunge sulla musica rock.
I Nirvana di fine anni Ottanta suonavano come i Led Zeppelin incrociati con i Black Sabbath: erano scuri, grezzi e idrofobi ma anche capaci di inaspettata dolcezza. La risposta più credibile al metal cafone e machista di quel decennio veniva data da una band di Seattle, estremo Nord Ovest degli Stati Uniti, un posto grigio, piovoso, brutale; non certo dalle spiagge assolate della California dagli eterni sorrisi.
Nevermind è l’unico disco generazionale partorito negli ultimi due decenni. Nessun album pubblicato successivamente ha avuto la capacità di abbracciare persone di ogni estrazione sociale. Kurt, ragazzo cristico, biondo come una madonna, fragile e androgino, aveva dato voce all’inesprimibile. Avvolto in una maglia a righe, jeans strappati, camicie di flanella a quadri, si dimenava tarantolato sui palchi di tutto il mondo, colpito da improvvisa notorietà. Il produttore Butch Vig, poi mente dei Garbage, aveva limato i suoni ma non la potenza, le viscere dei Nirvana. La musica colpiva al petto, diretta, sanguigna. Impossibile restare indifferenti di fronte alla portata emotiva di queste dodici canzoni senza pelle. Già la copertina raccontava una storia senza tempo: l’avidità è sempre di moda; restare puri, immacolati, è privilegio di pochi.

Non è difficoltoso trovare echi della rivolta grunge ancora oggi. Il suono letale di quella chitarra maltrattata si è conservato intatto attraverso le mode, gli anni, le morti. Il verbo di Seattle ha contagiato e contagia ancora oggi. I Nirvana hanno saputo leggere lo sbandamento dei ragazzi di tutte le età. Rabbia adolescenziale, buchi emotivi, sofferenza: tutti abbiamo vissuto il nostro Nevermind sulla pelle.
Canzoni dolenti come Polly, Lithium e Drain you hanno il suono perfetto delle emozioni. Ma non si tratta di emozioni cristallizzate: ogni brano pulsa ancora generosamente, immettendo linfa vitale e portando speranza rivoluzionaria nella musica. Generazioni di giovani sono cresciute inchiodando Kurt alle pareti delle proprie stanzette, accanto a Brandon Lee ne Il Corvo, Jim Morrison e Sid Vicious. Non so quanti abbiano compreso l’essere umano Kurt, oltre la leggenda e l’aforisma da diario. Ma forse, come direbbe lui, non importa. Al di là del mito, vorace e pronto a santificare, c’è un album ancora fresco nella sua potenza espressiva. Ogni traccia è un gradino, un passo verso la catarsi; la comunione grunge non smette di esorcizzare i fantasmi, o meglio: li chiama per nome.
E questo non è poco, anche se quel ragazzo ha smesso di urlare la propria impotenza da tanto tempo.

Buon compleanno, Nevermind.

laura.albergante

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Offlaga Disco Pax – Gioco di società

A pagare e morire…si fa sempre in tempo. Almeno, così dice il proverbio.

Gli Offlaga non fanno sconti a nessuno. O li ami o li odi. Hanno voce e piglio davvero personale – un po’ come la Carlotta di Superchiome. Ma non sono qui per prestarmi all’ironia. Anzi: dico che la band reggiana ha veramente qualcosa da raccontare.

Il terzo lavoro degli Offlaga Disco Pax non ha nulla da invidiare agli acclamati Socialismo tascabile e Bachelite.

Reggio Emilia è qui, come sempre, l’ombelico del mondo; questa città inutilmente bella è l’epicentro del bene e del male, di racconti tragicomici e inaspettate aperture emotive – piccolo mondo antico Fogazzaro di tutti noi, alla ricerca di un sollievo dal tempo che scorre. Inesorabile.

La musica si fa ancora più fredda; le basi sono gelida ostia new wave lambita dagli anni Ottanta. Supportato da una strumentazione vintage, il terzo disco degli Offlaga abbandona quasi completamente le chitarre per giocare a favore di tastiere e altre diavolerie elettroniche. I suoni sono cibernetici, quasi un ossimoro sul recitato di Max Collini, così visionario, coinvolgente, emozionale. Enrico Fontanelli e Daniele Carretti, gelosi custodi del sound, suonano qui minimali e indispensabili alla struttura di ogni cosa, che viene scarnificata, ridotta all’osso fino a sfiorare l’anima.

Gioco di società è allo stesso tempo continuità, strappo ed evoluzione nella storia degli Offlaga Disco Pax. Qui c’è molta più cassa dritta rispetto ai lavori precedenti; troviamo meno politica e più intimità – racconti di vita dolorosamente vissuta come in Sequoia, A pagare e morire… e Parlo da solo sopra tutte. Palazzo Masdoni è una storia di ordinaria romantica militanza – era la sede del Partito Comunista, in cui il giovane Max avrebbe voluto abitare, forse per vivere totalmente il senso di appartenenza politica in un’epoca di edonismo reaganiano e pieno riflusso.

Sequoia offre una panoramica cinematografica rurale alla Novecento di Bertolucci – nella rossa Emilia, all’età di cinque anni “si potevano ancora mescolare, senza dare troppa noia, i nipoti dei contadini con i figli del Dottore” – nonché una spiegazione di quella cicatrice al sopracciglio un po’ meno eterna di quella pianta secolare.

Parlo da solo racconta di un amore finito male, tra incomprensioni e parole non dette, risparmiate; mentre Respinti all’uscio è un ricordo delle devastazioni ad opera di quegli autoriduttori “respinti all’uscio senza tanti troppi complimenti” – memoria di una Reggio Emilia preadolescenziale in cui suonarono i Police proprio a due passi dalla scuola che Max frequentava a tredici anni.

Gioco di società è un disco che raramente si muove dalle pareti di casa e quando lo fa non si sposta di molto – si tuffa nel cuore di quell’Emilia da piccola storia più o meno ignobile, Francesco Guccini docet. Piccola storia ultras svela l’arcano dietro a “grazie Reagan, bombardaci Parma” così come Cioccolato I.A.C.P. in Bachelite aveva dato un senso a “il toblerone, qualcuno sa perché” di Robespierre. Ci sono molteplici giochi di specchi e di rimandi in questo disco – capirli e assimilarli non è facile ma è così affascinante.

Tulipani racconta l’impresa impossibile del ciclista olandese Johan Van der Velde, che nel 1988, stretto in una sparuta maglia ciclamino, finì praticamente assiderato nonostante fosse giugno: nevicava forte e c’erano cinque gradi sotto zero. Un eroe degno delle vette del Pamir.

Gioco di società si chiude a tempo di lp con due brani dal sapore introspettivo e amaro: Desistenza e A pagare e morire…

Gli Offlaga Disco Pax hanno davvero una loro voce. Può piacere o non piacere, ma è incontestabilmente la loro, album dopo album. D’altra parte, chi nasce tondo non muore quadrato. E a noi piace così.

laura.albergante

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Alda Merini: fiore di poesia, fiori di follia

Sono nata il ventuno a primavera/ ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle/ potesse scatenare tempesta

E tempesta fu, sicuramente. In questa famosa poesia di Alda Merini c’è tutta la sua vita, la disperazione, il vitalismo, la pazzia. Sembra incredibile che la poetessa – precoce come Rimbaud ma capace di conservare la lucidità sbalordita della sopravvissuta – ci abbia lasciati a poca distanza di tempo da un’altra grande della nostra letteratura, Fernanda Pivano. Ma se i percorsi sono stati radicalmente diversi, è simile la passione, l’amore che le animava. Fernanda era una signora borghese, una donna innamorata dell’America vasta e rivoluzionaria degli amici beat, della controcultura, degli “ultimi”. Alda invece ha fatto parte degli “ultimi”, vivendo della propria ispirazione, covando la follia al punto da farne una musa dagli occhi di fuoco.
Alda era una reduce. Aveva affrontato la sua guerra nel manicomio, senza tempo né misure con cui confrontarsi. L’esistenza di una donna fragile, che aveva trovato nella tragica esperienza la forza di scegliere, nonostante tutto, la vita. Un angelo dalle lenzuola pulite, come diceva Anne Sexton, anche lei segnata dallo stesso trauma. Ma che, a differenza della Merini, finì per farsi sconfiggere dai demoni, andando incontro alla morte nel suo vestito migliore. Un destino condiviso da un’altra donna talentuosa, Sylvia Plath, che con La campana di vetro aveva squarciato di prepotenza il velo sulla malattia mentale.
Alda Merini era nata a Milano il 21 marzo del 1931. È morta il giorno di Ognissanti, nel suo letto d’ospedale. Accompagnata dalle adorate sigarette, incurante dei divieti di fumo.
Una vita randagia, spesa tra esaurimenti nervosi, ricoveri, elettrochoc, quattro figlie, due mariti. E tanti amanti, molti famosi. Manganelli e Quasimodo erano state due figure imprescindibili. Del primo diceva: «Fu il mio primo amore, fu grande amore. Era timidissimo, cincischiava, arzigogolava per paura di amare. Oh, non era un conquistatore! Io, ogni tanto, gli davo qualche sberla…»
Ma è stata la vita a schiaffeggiare lei. La sua storia con Manganelli, uno dei nostri scrittori più lunari, segnò anche il primo ricovero in ospedale psichiatrico. Poi ci fu la liason con Salvatore Quasimodo, al quale dedicò alcune belle poesie erotiche. Vennero i mariti, le figlie, altri ricoveri. E vent’anni di silenzio poetico, sprangata all’interno di una cella dalle sbarre invisibili: quelle dell’emarginazione.
Aveva esordito a soli sedici anni. A ventidue pubblicò la prima raccolta di versi, La presenza di Orfeo. Un talento acerbo, ancora grezzo rispetto alla grandezza del metro libero con cui avrebbe scritto tante poesie, scolpite letteralmente nella sua carne ancor prima che scritte sulla carta. Versi che avrebbe dedicato ad amici, dottori, amori infelici, e anche a se stessa.
La poetessa dei Navigli era rientrata tra i “vivi” agli inizi degli anni Ottanta, dopo aver soggiornato per quasi un decennio nelle strutture psichiatriche. Nel 1984 venne dato alle stampe La terra santa, opera che racconta la sua drammatica esperienza. Due anni dopo fu la volta di L’altra verità. Diario di una diversa, una sorta di autobiografia lucidissima, sfrontata, liberatoria.
Negli anni Novanta Alda pubblicò molti volumi di poesia, aforismi, piccoli poemi in prosa. La forte carica sessuale della sua poetica, mai persa con l’avanzare dell’età, è stata via via affiancata da un afflato religioso autentico, tanto carnale quanto sentito nel profondo.
Negli ultimi anni della sua vita la Merini fu spesso ospite di programmi televisivi: si ricordano le sue apparizioni al Maurizio Costanzo Show e al Chiambretti Night. La tv aveva fatto di lei un’icona mediatica in grado di superare le barriere dell’indifferenza. Il mezzo televisivo le aveva consentito di esprimere un personaggio – se stessa – in grado di coincidere quasi perfettamente con l’idea che in genere la gente ha del poeta: bizzarro, geniale, estroso e fuori dalle norme, provocatorio, sfortunato e maledetto.
La Merini è una di quelle poetesse in grado di scavare nell’anima di ognuno di noi, per regalargli un attimo di respiro, un bagliore di eternità. La sua morte è dolorosa, come dolorosa e travagliata è stata la sua esistenza. Ci auguriamo che l’attenzione suscitata dalla Merini “personaggio televisivo”  dia visibilità non solo alle sue opere ma che possa dare ancora una volta lustro alla poesia contemporanea spostandola dalla periferia al centro del circuito culturale. Lei, comunque vada, si è guadagnata un grande pezzo del nostro cuore. E non ne uscirà mai più.

laura.albergante

Maria Antonietta – S/t

Tremate, tremate, le streghe son tornate! Se essere donna consapevole vuol dire essere strega, allora ben vengano i miscugli di magia bianca e nera e le bambole voodoo.

Maria Antonietta – al secolo Letizia Cesarini – viene da Pesaro, ha ventiquattro anni e ha già scontato in anticipo i suoi peccati: cinque mesi di delirio e abnegazione per scrivere questo album che sa di sangue e ferro e unghie spezzate.

La nuova femmina della musica italiana usa parole crude e lievi al tempo stesso; canta con voce flebile e ruvida come in una trasfigurazione di Giovanna D’Arco e Courtney Love fuse in una figura del tutto inedita, che ha la testa rossa di Letizia e il calore di un corpo che ti pare di poter toccare tanto è vivo e vicino.

Maria Antonietta è un concentrato di rabbia tardoadolescente che non può non colpire in un knock out di incredibile potenza e dolcezza.

Il disco si apre con Questa è la mia festa, leggera e cantata con un tono acuto che ricorda le prime cose di Carmen Consoli – con un piglio cazzuto e irresistibile.

Le dodici canzoni che compongono il vero e proprio debutto a lunga durata di Maria Antonietta sono brillanti, dolorose, vere. Qui ci sono morte, disperazione, ironia, ricordi; santi e cristi, feste e postumi da sbronza. Ma anche verità e menzogne.

Con gli occhiali da sole racconta una storia di ordinario disagio sfociato in tragedia, nonché una confessione: “tu mi amavi senza condizione e io questo non lo potevo accettare” – mentre Estate ’93 ha una linea melodica vocale in grado di sciogliere qualsiasi cuore di pietra, con un timbro che si immerge nelle asperità di Gianna Nannini per riemergere cristallino come i ricordi d’infanzia.

Quanto eri bello è il primo singolo, un uptempo rockeggiante irriverente quanto la frase “volevo solo portarti a letto” che sulla bocca di Maria Antonietta ha una valenza decisamente catartica per tutte noi giovani e intrepide pulzelle – ancora oggi, certo.

Saliva è un’altra memoria post festaiola, melanconica e rabbiosa, che scivola pigra sulle spalle di un violoncello tra armonia e un gridato che ricorda il primo lp delle Hole. Qui Courtney Love è una figura importante, una presenza che ricorre anche in Santa Caterina, un assalto rapido e violento quanto Stanca, scossa da singulti vocali come in preda a conati alcoolici.

Maria Maddalena è una perla acustica di rara bellezza, in cui i Vangeli apocrifi assurgono a testimonianza che ognuno può cambiare vita, se lo vuole veramente. Un messaggio di speranza, in fondo a un album di purezza insieme carnale e spirituale.

In Stasera ho da fare Maria Antonietta canta a cappella passando in rassegna le sue ferite: “Cosa volevo fare, Giovanna D’Arco? Che tanto il mondo ti mette al rogo in ogni caso”, mentre Motel è una ballata quasi blues nei temi – mi viene in mente Empty bed blues di Bessie Smith – ascoltatela e capirete perché.

Non giudicate, ascoltate. Apritevi una bottiglia di rosso e sorseggiate più volte questi dodici canzoni, che trasudano femminilità, viscere e vita.

laura.albergante

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Janis Joplin – Live at the Carousel Ballroom

È una vita che gli artisti maudits muoiono a ventisette anni. Robert Johnson, down at the crossroads, insegna.

Tra questi casi prematuri ci sono Brian, Jimi, Janis, Jim, Kurt; più recentemente Amy. L’alone di disprezzo per tutte le forme di sfruttamento commerciale è molto spesso giustificato se non totalmente apprezzabile – non farò nomi – ma capita anche che dal cilindro degli inediti spunti fuori qualcosa di veramente significativo.

È il caso di questo disco, che racconta fedelmente ciò che era Janis Joplin poco prima di diventare la grande star che con Cheap Thrills avrebbe riverniciato i blues di bianco.

La band che la accompagnava, Big Brother and the Holding Co., era scalcagnata ma efficace, imbevuta com’era di rock corretto all’acido e suggestioni freak.

Qui Janis canta come se avesse un candelotto in gola pronto ad esplodere. Queste avrebbero potuto essere le famose registrazioni live da destinare a Cheap Thrills: Owsley Stanley, il leggendario soundman dei Grateful Dead, trova qui la misura giusta per far risaltare la voce di Janis e l’energica partecipazione istintiva della band.

Per chi non lo sapesse: Cheap Thrills non è un live. O, meglio, l’unico pezzo live è Ball and Chain, posta in chiusura al disco. È un album di studio, fatto di rattoppi e rammendi, di briciole e autentica grandezza. E la scaletta di questo concerto alla Carousel Ballroom riprende Ball and Chain di Big Mama Thornton in una versione bruciante, gonfia di passione e lacrime trattenute.

I quattordici brani di Live at the Carousel Ballroom ci danno un assaggio intenso della Joplin scesa dal palco di Monterey con l’intenzione di conquistare il mondo: la stupenda I Need a Man to Love, con le svisate chimiche di James Gurley alla chitarra, non fanno rimpiangere la maggiore propensione al tecnicismo della musica East Coast; Catch Me Daddy e Combination of the Two sono due pezzi al fulmicotone, così dinamici e adorabilmente freak; Piece of My Heart e Summertime rallentano la folle corsa offrendo riparo dai dolori terreni tra le loro calde braccia alate.

Ma c’è spazio anche per alcuni pezzi inediti – inediti per la discografia ufficiale, si intende: It’s a Deal, uscita solo su Rare Pearls, ep uscito con Box of Pearls, una raccolta integrale di qualche anno fa; Mad Man Blues è una torrida jam noise intrisa di fumi illegali; Flower in the Sun è una ballata rock con le palle che parla di un amore finito, che ormai “è storia”.

Live at the Carousel Ballroom rappresenta il secondo inestimabile tassello per comprendere la forza, la potenza della voce di Janis, che rimane una delle più belle mai ascoltate in questi quasi sessant’anni di rock’n'roll; nonché un’occasione per apprezzare i Big Brother, band che, a dispetto della pessima fama che li ha sempre seguiti come un’ombra, si dimostra all’altezza per sintonia emotiva e compositiva.

Un gran disco, in grado di lenire la nostra sete di Janis – che forse ci sta guardando da lassù sorridendo.

laura.albergante

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Bruce Springsteen – Wrecking Ball

Ok. Lo ammetto.
Non sono mai stata una fan del Boss, anzi. Non mi è mai piaciuto particolarmente. Troppo americano, troppo patriottico. Rock’n'roll zuppo di sudore, quasi mai di viscere.
Ebbene, faccio pubblica ammenda. Il diciassettesimo disco di studio di Bruce Springsteen è qui per restare, e probabilmente diventerà un istant classic, come tanti altri suoi lavori. Questo è un album da stadio, nel senso migliore del termine; musica da tempi duri, da cantare a squarciagola con gli occhi umidi.
Queste undici canzoni fanno annodare la voce per l’emozione, che emerge forte e chiara – sapendo anche che lo storico sassofonista, Clarence Clemons, il Big Man della E Street Band, ha suonato il suo ultimo assolo in Land of Hope and Dreams.
Wrecking Ball è una promessa mantenuta. In questo viaggio lungo undici brani Bruce non si risparmia e fa la radiografia al sogno americano, che in questi anni di disperazione e cadute non è più intatto.
Sono anni di grandi speranze tradite, di guerre perdute, tragedie e coraggio. Il Boss, vessillo dell’american dream – che faceva sperare milioni di persone, di immigrati decisi a darsi una chance nel Paese della felicità, nella terra di latte e miele – è ancora tra noi. E Wrecking Ball è il suo disco migliore da diversi anni a questa parte.
È vero: in Wrecking Ball ci sono tre brani in qualche modo già ascoltati in live o edizioni speciali – ma poco importa. Quello che conta è che qui ci sono vere lacrime, vero sangue.
Siamo dalle parti di Nebraska, il disco politico del 1982, vestito di folk e protesta. I temi sono di stretta attualità: crisi bancarie, depressione economica e spirituale, palle da demolizione, perdita dell’etica del lavoro, speranza.
We Take Care of Our Own, posta in apertura, è il primo singolo e ricorda in qualche modo Born in the USA, anche se la cassa dritta è quasi disco. Ma tutto l’album rimanda ad atmosfere già incise; è un déjà vu piacevole, confortante, che prende per mano e asciuga le facce sporche dell’America.
Il primo terzetto di canzoni è potente come un pugno in faccia: sgretola ogni certezza per ricostruire tutto da capo. È un ground zero di rabbia e, in fondo, umiltà.
Al quarto brano il Boss rallenta e si concede una ballad terzinata bellissima, Jack of All Trades, che incanta nella sua semplicità. Il soul riletto dal Boss, caldo e intenso.
Death to My Hometown è un country folk di protesta con tanto di fiddle, mentre This Depression, scritta assieme a Tom Morello dei Rage Against the Machine, disegna un parallelismo tra la Grande Depressione e la crisi di valori che sta investendo la società americana di oggi.
Il resto di Wrecking Ball è semplicemente delizioso anche se i testi sono durissimi, orgogliosi e allo stesso tempo umili. Land of Hope and Dreams ospita l’ultimo contributo di Clarence al sax, e svolta presto verso We Are Alive, che chiude il disco con un messaggio inequivocabile: noi siamo vivi. Scalcianti. E non ci arrenderemo.

laura.albergante

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Tying Tiffany: cervello a colazione, pranzo e cena

Un caschetto nero corvino. Occhi scuri. Magra e flessuosa, affascinante. È così che ti immagini la Valentina di Crepax in carne ed ossa. Trovarsela di fronte fa un certo effetto! Eppure Tying Tiffany, poliedrica dj, cantante, ex Suicide Girl, emana un fascino di luci e ombre del tutto personale, al di là del paragone che la avvicina alla sua “metà” di carta.
Le biografie non ufficiali dicono che sia nata a Padova. Lei non conferma, ma un leggero accento veneto colora le sue parole e, sebbene sia restia a parlare di sé  – è molto riservata -  qualcosa trapela dal suo viso, dalla dolcezza con cui risponde alle mie domande.
Tying Tiffany è una ragazza dal talento sicuro ed eccentrico. È insolitamente timida, nonostante abbia posato senza veli. Non te lo aspetteresti. E invece ti conquista anche grazie alle sue piccole insicurezze. Abita a Bologna, centro nevralgico della scena alternativa. Ha pubblicato due ottimi dischi di electroclash. La sua musica mescola un certo gusto per la goliardia a suoni elettronici da cavo scoperto. L’ironia dei suoi testi si riflette anche nella scelta delle mise, che spesso sconfinano nel burlesque più estroso. Il primo album, Undercover, uscito nel 2005, contiene le hit underground I wanna be your mp3, che cita tutti luoghi comuni del rock, Honey Doll, e I’m Not a Peach. Il secondo, Brain for breakfast, pubblicato due anni dopo il debutto, vanta la collaborazione di Nic Endo dei Atari Teenage Riot nel brano Slow Motion. Tiffany alterna la sua attività come cantante a quella di dj. Sa suonare il basso. E quando è sul palco ha le movenze di un serpente sinuoso. Mi lascio incantare…

Partiamo dall’inizio. Come mai hai scelto come nome lo pseudonimo “Tying Tiffany”?
Ho scelto questo pseudonimo perché sono appassionata di bondage. “Tying” significa “legando”, Tiffany è il mio nome: diciamo che ho legato le due cose per formare questo nome un po’ particolare!

Ho letto su Myspace che stai lavorando al terzo disco, che arriva dopo Undercover e Brain for breakfast. Ci puoi anticipare qualcosa?
Il disco è praticamente finito. Ora sto lavorando sulle pratiche burocratiche di cambio label. L’album sarà differente dagli altri due, in quanto le sonorità saranno quelle delle mie origini: new wave, dark wave, sinth pop.

Da quanto ti interessi alla musica elettronica?
Direi da sempre! È sempre stata una mia grandissima passione, partendo da Stockhausen per arrivare alla nostra musica elettronica contemporanea. E’ un interesse che ho anche verso altri generi; la metto al livello di tutte le altre cose che ascolto, cioè new wave, punk, rock.

Quali sono le tue influenze musicali?
Non vengo ispirata solo dalla musica! Ci sono molte cose che possono influenzarmi: un’emozione, un sentimento, una sensazione; una canzone, un certo genere musicale, un film; un determinato suono, una buona lettura che ho fatto. Tutte queste cose possono fungere da catalizzatore.

Quali sono i tuoi interessi oltre alla musica?
Tra le mie passioni c’è sicuramente il cinema. Sono una grande appassionata nonché collezionista di film, in particolare di horror. Mi piace leggere, sono una persona estremamente curiosa. Compro tantissime riviste che trattano i più disparati argomenti: dall’ufologia alla scienza, all’estetica; passo da un argomento all’altro spinta dalla curiosità.

Quali sono i tuoi registi preferiti?
Prediligo in particolare i registi giapponesi dell’ultima generazione. Sono molto attratta da tutta la scena nipponica.

Cosa puoi dirci riguardo la tua attività come dj?
È una cosa che faccio più che altro per divertirmi. Non mi ritengo una dj “provetta”, di quelle che fanno i passaggi perfetti: sono un’appassionata di musica, mi piace mettere quello che ascolto a casa, far ascoltare alle persone che vengono alle serate ciò che amo di più.

Cosa ricordi, cosa ti è rimasto dell’esperienza come Suicide Girl?
È stata un’esperienza che mi ha permesso di conoscere delle ragazze interessanti, che hanno delle attività legate al mondo artistico e a quello sperimentale. Ho avuto modo di confrontarmi con delle persone che vengono da realtà totalmente diverse da quella che mi circonda. Per come è stato vissuto in Italia, forse non è stato realmente capito lo spirito di questa comunità, che offre al suo interno innumerevoli aspetti interessanti, al di là dell’immagine delle ragazze: ci sono interviste a registi famosi, scrittori, personaggi di rilievo. Ci sono forum che parlano degli argomenti più vari. Purtroppo si è sottolineato spesso solo l’aspetto “fotografico” delle Suicide Girls.

È vero: infatti vorrei che tu ti soffermassi sulla filosofia di questa comunità alternativa. Per quale motivo hai deciso di unirti a loro?
Come dicevo, è una comunità al femminile di persone accomunate dall’interesse nei confronti dell’arte e alla musica. Sono donne che hanno delle caratteristiche fisiche un po’ diverse dai canoni estetici “classici” che vengono rappresentati ogni giorno nei giornali e in televisione, fiere della propria diversità e di queste passioni al di fuori dal comune.

Hai legato con qualcuna di queste ragazze? Sono nate amicizie, intese personali?
Sì, ho fatto delle amicizie sia in Italia che all’estero. Soprattutto all’estero. Con Violetta (Beauregarde, altra famosa Suicide girl italiana attiva in campo musicale, nda) ci sentiamo anche se non ci conosciamo molto bene: a volte suoniamo insieme.

Oltre alla musica, quali sono le attività che ti procurano la maggior soddisfazione? Cosa ti piace fare nella vita?
Oltre a suonare? Beh, è dura…è quello che faccio praticamente 24 ore su 24! Faccio molte altre cose legate al mondo dell’audio: compongo musica per documentari e lavoro alla sonorizzazione di cartoni animati. Essendo totalmente coinvolta dalla musica resta poco spazio per il resto. Sicuramente stare con i miei animali è una delle cose che mi dà più soddisfazione! Quando posso passo il mio tempo libero con loro.

laura.albergante

Pubblicato in Nella Nebbia n. 21, febbraio 2010

Morgan – Italian Songbook vol. 2

Ha tutte le carte in regola \ per essere un artista

Così cantava Piero Ciampi, cantautore livornese maledetto e ebbro di vino e tristezza.

Già. Morgan ha tutte le carte in regola per essere un artista, e di quelli rari. È poliedrico, dotato di una sensibilità inquieta, versatile; ha una cultura musicale amplissima e dai gusti eclettici; è in grado di padroneggiare una grande quantità di registri: l’alto e il basso, il colto e il nazionalpopolare.

E sul versante nazionalpopolare Marco Castoldi ha creato una personaggio – quello del giudice di X Factor – che non rende sufficientemente onore né alle sue potenzialità né al suo talento. Peccato, perché dell’artista Morgan, quello che si strappava dal cuore Storia d’amore e di vanità o Contro me stesso continuiamo a sentire la mancanza.

Ora è arrivato il secondo volume di Italian Songbook – forse ce ne sarà un terzo, a completare una tenera trilogia, come con i Bluvertigo – e verrebbe da chiedersi il perché. Orbene, l’opera potrebbe avere un intento pedagogico-culturale, intrisa com’è di perle musicali dell’era italiana del boom. I suoni sono molto ricercati, spesso vintage; a volte imbevuti di elettronica dal sapore eighties a volte spolverati da archi ridondanti.

La scelta del repertorio è ammirevole e include un’ottima Non insegnate ai bambini di Gaber, che sgorga intensa e sentita. Ma gli inediti di Morgan, Desolazione e Una nuova canzone, non aggiungono niente di nuovo; più che parlare con la voce di chi li ha creati sembrano ventriloqui.

Donna bella non mi va di Rodolfo De Angelis è spensierata e frizzantina e rappresenta la più evidente eccezione all’interno dell’album, che veleggia fiero sulle note della malinconia e del mai più. Si può morire, Io che non vivo, Parla più piano – queste ultime due in doppia versione, italiano e inglese – sono di una tristezza che straccia l’anima. Ok, sarà anche romantico, ma che strazio! Qui Morgan utilizza il suo registro più drammatico e calca un po’ troppo la mano…meglio quando interpreta Marianne di Sergio Endrigo oppure passa in rassegna i ricordi di Hobby, un Tenco poco conosciuto.

Quindici canzoni sono tanta carne al fuoco: il rischio è che tutto bruci da un momento all’altro. Quello che manca in questo disco è proprio Morgan, relegatosi a interprete di se stesso. È con Desolazione che lo dico. Oltre che con tanto affetto.

laura.albergante

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Whitney Houston – Dove gli angeli cantano

E così è stata la volta di Whitney, l’angelo nero dalla voce d’acciaio. La donna che ha venduto milioni di dischi in ogni angolo di cielo e terra. Costantemente sotto la luce dei riflettori, che davano risalto a ogni raggio di splendore e ogni sua caduta.

L’hanno trovata morta in un albergo di Beverly Hills, in una vasca da bagno, forse annegata. Accanto, pillole e alcool e solitudine. Sarà il coroner a dirci le cause di questo decesso. Ma può importare qualcosa, ora? Spesso essere amati dal mondo intero equivale a non essere amati da nessuno.

Whitney Houston era nata nell’agosto 1963 a Newark, nel New Jersey, e doveva avere in sé il germoglio della musica fin dalla nascita: era figlia di una cantante di gospel, Cissy, cugina della star Dionne Warwick nonché piccola protégée di lady soul Aretha Franklin. Impossibile sfuggire a un destino che sembrava essere di tutto riposo: a undici anni la pubescente Whitney debuttava da solista nella New Hope Baptist Church, lustrando le scale della propria vocalità acerba.

Una vocalità prepotente che avrebbe coltivato nel corso degli anni: dotata di una grana finissima e di un’estensione da soprano drammatico, Whitney ha conosciuto un successo planetario sulle note di The Bodyguard, cucito intorno alla sua figura e imbastito sulla meravigliosa I Will Always Love You.

Whitney fu la prima donna di colore ad apparire sulla rivista Seventeen, nonché una delle prime modelle-cantanti di grande popolarità. Sì, perché la giovane era di una bellezza che toglieva il fiato: quando ti tornava, te lo rubava una volta di più aprendo bocca, modulando melodie con la precisione e pulizia di un usignolo nel fiore della primavera.

Già negli anni Ottanta la Houston era una star – gli album Whitney Houston e Whitney, rispettivamente del 1985 e 1987, avevano inaugurato una carriera trionfale, il cui calcio di inizio erano stati ventinove milioni di copie vendute. Un primato tutt’oggi imbattuto, un istant classic che le aveva procurato fama e un Grammy a soli ventitré anni.

Sette singoli consecutivi nelle Top 100, una vita privata devastante e devastata fatta di amori violenti e famosi, una figlia trascurata nata nel 1993; un matrimonio, quello con Bobby Brown, fatto di botte, sangue e improbabili riconciliazioni.

La sua voce ancora bella faceva male perché mostrava crepe da cui non filtrava luce. Il percorso impietosamente immortalato dai media ci ha mostrato ogni angolazione di una donna in stato confusionale, supina alle pasticche alla depressione all’alcool al crack.

Nessuno ti può insegnare il rispetto per te stesso, e di certo non saranno né il successo né il talento a farlo.

Mi piace ricordarla giovane e candida, in quel programma francese, seduta accanto ad un Gainsbourg decisamente sbronzo che proclama di volersela portare a letto – usando parole molto crude. Whitney era all’apice del talento e della bellezza ma sembrava ancora una ragazzina, quella ragazzina che cantava in chiesa a undici anni.

È proprio vero che quando ti cacciano dal paradiso perdi irrimediabilmente l’innocenza.

laura.albergante

1909 – 2009: cent’anni di futurismo, un anno di celebrazioni

Di futurismo quest’anno se n’è parlato molto e, come spesso accade, con risultati alterni e non sempre eccellenti. La portata rivoluzionaria e l’importanza che si dovrebbero riconoscere al movimento sono state in gran parte misconosciute o nascoste. Un atteggiamento forse anche dovuto a certe remore che vengono dai significativi contatti che certi artisti ebbero con il fascismo e altre frequentazioni “pericolose”. L’occasione canonica era quella della celebrazione del centenario del Manifesto, pubblicato su alcuni giornali italiani e successivamente su Le Figaro in data 20 febbraio 1909.

Il futurismo affonda le sue radici nel contesto storico del primo decennio del Novecento, durante il quale le arti e la cultura subiscono una radicale trasformazione: nel giro di pochi anni, il proliferare  di novità, l’evoluzione sociale e tecnologica spingono verso un rinnovamento dirompente. Le guerre, il cinema dei fratelli Lumière, i grandi cambiamenti politici, il telegrafo senza fili, l’uso delle cineprese, la radio e gli aeroplani fungono da stimolo potentissimo per una nuova generazione di poeti, letterati, artisti, che per la prima volta si confrontano realmente con la modernità fino ad esserne totalmente intrisi.

Quello che rende particolare il futurismo è la sua multimedialità ante litteram, che contamina i sensi e gli ambiti artistici con notevole anticipo sulle altre avanguardie storiche del secolo scorso. I futuristi infatti si occuparono di ogni forma espressiva: pittura e scultura, danza e fotografia, passando per la letteratura, la musica, il cinema, che era agli albori. Non tralasciarono neppure  l’architettura. La denominazione del movimento si ebbe grazie a Filippo Tommaso Marinetti, poeta italiano che battezzò e portò alla maturazione l’avanguardia artistica, che fu talmente influente da avere un seguito anche a livello internazionale. Il valore principale del movimento non sta solo nelle ben note doti di rappresentazione dei mille volti della modernità, capaci di rinascere e svilupparsi ogni volta secondo una forma d’arte diversa, ma anche nel tentativo molto generoso di portare l’arte nelle vita quotidiana e  lì darle un significato. Si tentò di “uccidere” il già visto, caricandolo di nuovi significati estetici ed espressivi con funzione liberatoria. E allora via con il “paroliberismo”, con l’abolizione della ricerca dell’armonia all’interno delle pagine dei libri, largo alle novità che spazzano via il passato e le sue nubi nefaste: le sculture si fanno plastiche, in movimento, astratte; si  ripone illimitata fiducia nel progresso; si esalta il dinamismo, la velocità, il rumore, in una sorta di fusione che vede l’uomo far parte quasi carnalmente di ciò che egli stesso produce.

L’intenzione di Marinetti era quella di diffondere orizzontalmente la cultura futurista, sottraendola all’elitarismo. Per farlo non esitò a stupire: il lettore si sarà trovato di fronte a titoli come Distruzione – La Città Carnale – 8 anime in una bomba – Zang Tumb Tumb – Gli Dei se ne vanno – D’Annunzio resta – Guerra sola igiene del mondo. Una rivoluzione provocante, quindi, che nonostante le apparenti difficoltà di accessibilità aveva mire popolari.

Il carnet delle mostre dedicate quest’anno al movimento futurista è stato molto ricco: in gennaio è stata inaugurata un’esposizione al Mart di Rovereto (TN), intitolata Futurismo100. Illuminazioni – Avanguardie a confronto. Italia, Germania, Russia. Vi erano esposte opere di Chagall, Kandiskij, Klee. Il progetto, a cura di Ester Coen, ha iniziato il suo percorso al Mart, per poi proseguire con Astrazioni al Museo Correr di Venezia (5 giugno-4 ottobre 2009), e concludersi con Simultaneità (15 ottobre 2009 – 25 gennaio 2010) a Palazzo Reale di Milano. In questa mostra “itinerante”si indagano le complesse e spesso inedite relazioni tra i futuristi e i più importanti esponenti delle avanguardie russe e tedesche. Da una lato vengono presi in esame i rapporti con gli artisti che hanno partecipato alla storia artistica tedesca di Der Sturm, a dimostrazione di quanto il futurismo ebbe forti legami con il paese dell’espressionismo. Dall’altra parte si parla del leggendario viaggio di Marinetti nella Russia del 1914, che fornisce il filo rosso ideale per analizzare le relazioni con i pittori cubo-futuristi russi. Fu infatti un intreccio fondamentale quello che si sviluppò tra Roma, Parigi e Mosca tra i pittori futuristi e gli artisti russi e tedeschi. L’esposizione del Mart ha fatto da cornice alla riapertura al pubblico della Casa d’Arte Futurista Fortunato Depero, chiusa da molto tempo causa restauro.

Un futurismo meno conosciuto ma altrettanto intrigante è quello proposto da 5 febbraio 1909-Bologna avanguardia futurista, che prende il nome dalla primissima pubblicazione del Manifesto, avvenuta sulla Gazzetta dell’Emilia. Sicuramente il prestigio de Le Figaro ha costituito per i futuristi una sorta di cassa di risonanza internazionale insostituibile, ma storicamente la primogenitura va riconosciuta al capoluogo emiliano. Curata da Beatrice Buscaroli, la mostra si è concentrata principalmente sul coté bolognese.

A Milano si sono svolte alcune delle più importanti manifestazioni celebrative. Mostre, spettacoli, eventi: dal FuturTram alle serate musicali e di teatro-danza futuristi, tutto questo è stato proposto dalla mostra Futurismo 1909-2009. Velocità+Arte+Azione, che si è chiusa a Palazzo Reale agli inizi di giugno. Non poteva mancare una mostra tutta dedicata al pioniere del movimento, F.T.Marinetti=Futurismo alla Fondazione Stelline, sempre fino al 7 giugno.

FuturisMI, una poliedrica kermesse, propone, fino a dicembre 2009, un ricco cartellone di iniziative volte a riconoscere l’importanza che Milano ebbe come centro propulsore. Il tema era già stato anticipato nel 2006, quando a Palazzo Reale erano state esposte opere di Boccioni e, nell’anno successivo, alcuni lavori di Giacomo Balla.

Anche a Roma ci sono stati numerosi eventi. Ricordiamo l’esposizione delle Scuderie del Quirinale, che ha ospitato un notevole nucleo di opere riguardanti il primo periodo storico del Futurismo. La mostra, anche questa curata da Ester Coen, scandisce un percorso precisissimo, nel quale si ricostruisce, con grande perizia filologica, la celebre mostra tenutasi a Parigi presso la Galleria Bernheim-Jeune nel febbraio del 1912.

Queste sono solo alcune delle esposizioni che hanno punteggiato l’anno del centenario dedicato al Futurismo. Ce ne sono state molte altre ugualmente valide e interessanti.

Quel che è certo è che il Futurismo è stato una delle avanguardie storiche più fiammeggianti del secolo scorso, al pari della Pop Art e del quasi coevo Dadaismo. Nel 1944 Marinetti se ne va, lasciando scritto: «Io non ho nulla da insegnarvi, mondo come sono da ogni quotidianismo e faro di una aeropoesia fuori tempo-spazio». Non è così vero. Dobbiamo tutti imparare a mettere un pizzico di coraggio nella vita di tutti i giorni. E i futuristi stanno ancora oggi lì a dimostrarcelo.

Pubblicato in Nella Nebbia n.19, dicembre 2009

laura.albergante

 

Andy: cercare la bellezza ovunque

Tutti lo conoscono come “Andy dei Bluvertigo”. Il biondo eccentrico che suonava il sax e le tastiere, che ballava in maniera bizzarra nei video di Fuori dal tempo e Altre forme di vita. Ma, a dispetto di quanti lo ricordano solo come componente della band di Marco “Morgan” Castoldi, riciclatosi con grazia come presentatore tv di successo, Andy è un artista a tutto tondo. Saranno i suoi occhi azzurri inquieti da cui traspare l’amore per l’arte, o i suoi quadri dipinti a colori fluorescenti che bucano il nervo ottico, o il magnetismo che sprigiona: quel che è certo è che Andy è un affascinante miscela di ipermodernità e tradizione. Nato Andrea Fumagalli in quella “Brianza velenosa” cantata quasi un decennio più tardi da Lucio Battisti, è un caleidoscopico pastiche pop di progetti, interessi, passioni.
Mandata a mente in tenera età la lezione del vate David Bowie, gioca con sano eclettismo tra le diverse forme d’arte, senza dimenticare l’approccio new romanticche lo contraddistingue da tempi non sospetti. È stato uno dei primi in Italia, infatti, a ispirarsi all’estetica degli anni Ottanta, ben prima che il ripescaggio del decennio diventasse una moda mainstream.
La passione di Andy per la contaminazione delle arti si è concretizzata nei suoi lavori, che hanno una qualità multisensoriale fortissima: impossibile rimanere indifferenti di fronte alle sue tele dipinte ad acrilico fluo. La sensazione, a dir poco lisergica, è quella di poter toccare il colore, sentire l’odore e la musicalità intrinseca delle immagini. Negli ultimi anni Andy, che, dopo lo scioglimento dei Bluvertigo, non ha mai scordato la musica, si è anche proposto in veste di dj dal gusto tipicamente eighties. Ed è proprio in una di queste serate che incontriamo l’artista: non ci facciamo sfuggire l’occasione giusta per conoscerlo meglio.

Quali sono i tuoi progetti attuali?
I miei progetti attuali si muovono tra pittura e musica. Ho appena inaugurato una mostra molto importante, a Torino, presso la galleria Mar & Partners.  L’esposizione, che raduna una trentina di tele, è curata da Francesco Poli. Si chiuderà il 17 gennaio 2010. Questo per me è un anno ricco di novità. Grazie a Marco Lodola, ho avuto la possibilità di sonorizzare una sua installazione alla Biennale di Venezia, con un progetto che si chiama Luminoise, che si rifà agli umori futuristi e all’omaggio di Lodola a Fortunato Depero. Dal lato musicale, seguo la mia tournée decennale come dj, con la quale propongo i “suoni del mio armadio”, le sonorità degli anni Ottanta, e sto preparando il mio disco solista, al quale lavoro da diverso tempo. A metà luglio ho presentato alle Scimmie di Milano, assieme a Fabio Mittino, un progetto che si chiama “Inspired by…” cioè ispirati da, in questo caso da David Sylvian e Robert Fripp, due artisti a me molto cari.

Quali sono le tue influenze a livello pittorico e musicale?
Ciò che mi influenza viaggia in maniera circolare: questo significa che quello che piace dal punto di vista pittorico ha ricadute anche sul lato musicale, e viceversa. Per quanto riguarda la pittura, sono un amante del surrealismo, dalla metafisica e “conseguenti”: Max Ernst, il kandismo, René Magritte. Sono folgorato dal periodo che va dal 1978 al 1984 di New York. Keith Hearing è solo la punta dell’iceberg: in quegli anni la città era una fucina di idee. Andy Warhol ha prodotto, in quello spazio di tempo, un’esplosione di colori e di commistioni di contesti, dove l’underground poteva interagire con la “serie A”. I miscugli di contesti, il ricco e il povero insieme, credo che sia una delle cose più vincenti che Warhol abbia fatto nella sua carriera. Sono inebriato da questo tipo d’arte. Musicalmente, invece, sono un appassionato di theremin, uno strumento degli anni Venti. Penso che Leo Theremin sia un genio assoluto. Dopo di lui ci sono stati Robert Moog (l’inventore del sintetizzatore omonimo, n.d.a.), i Kraftwerk, i campionatori. Nonostante io sia un sassofonista, sono molto affascinato dai sintetizzatori e da chi ne ha fatto buon uso: ecco spiegato il mio amore per i Tangerine Dream, i primi Human League, i Depeche Mode, e oggi i Daft Punk. Mi capita di ascoltare tutto un ventaglio di musiche diverse: dall’industrial degli Einstürzende Neubauten di Blixa Bargeld, ad alcune cose del boss Bruce Springsteen, a Luigi Tenco, e anche musica “da balera”.

Cosa ne pensi del ripescaggio degli anni Ottanta, bistrattati per tutto il decennio successivo?
Penso che sia un normale flusso generazionale. Negli anni Novanta c’era un retaggio del periodo tra la metà degli anni Sessanta e Settanta. Il grunge era un riflusso, una “rigenerazione generazionale”: band come gli americani Alice In Chains, che amo molto, si rifacevano a quei decenni per quanto riguardava le sonorità. Dal coté inglese, invece, che preferisco nettamente, mi piace molto la cosiddetta “indie dance”. Nei suoni di Manchester si potevano sentire echi dei Led Zeppelin mescolati alla musica da discoteca e alla new wave. In Twenty-four Hour People, un film che parla dell’hacienda di Madchester, c’è un po’ una sintesi di tutto quello che mi piace.
Gli anni Ottanta sono stati maltrattati da tutti quelli che hanno pensato di relegarli al loro contesto storico-politico, dove il denaro, Craxi, i magnaccia e tutti coloro che potevano far finta di avere ciò che non possedevano dilagavano. A mio parere, invece, in quell’epoca sono stati sviluppati dei codici artistici e sonori validissimi. Sono stanco di sentire i “barbuti della mia generazione”, che dicono che “non si esce vivi dagli anni Ottanta”, e poi finiscono per essere quelli che ora guadagnano più di un imprenditore, più rampanti degli autentici yuppies. Quello che amo degli anni Ottanta è l’autentico fervore che c’era, mi piace anche vedere il lato sociale di quella che io ritengo un decennio molto interessante.

I Bluvertigo si sono recentemente riuniti: avete un progetto in comune?
In comune, in realtà, abbiamo ben poco. Ci siamo riformati nel 2008 per un disco live, registrato a Mtv Storytellers. E’ stata una bella occasione per scoprire che, dopo sette anni, ci possiamo ancora divertire insieme sul palco. Doveva anche partire il disegno per un nuovo album. Ora come ora la discografia è una barca che affonda. Io non sono un artista indipendente, ma autonomo sì: mi interessa poco, quindi, occuparmi di del contratto con le case discografiche. Sono stanco anche dell’aria fritta che vende anche il mio collega Morgan. Ora non c’è la possibilità concreta di ricostruire il progetto, anche perché Marco è disperso in altro e io mi disperdo in altro. Per cui, al momento, è meglio stare lontani. Se ci sarà la possibilità di un riavvicinamento, sarà sicuramente in una situazione radicalmente diversa.

Cosa ne pensi della carriera televisiva di Morgan, giurato di X Factor?
Mi sembra molto strano vedere Morgan “santificato” mediaticamente per qualcosa di estraneo a quello che ha sempre cercato. Trovo che la tv, con i suoi “quindici minuti fatati” di warholiana memoria vada bene. Certo che, se si continua così per un anno intero…
Una domanda un po’ particolare: cos’è il bello per te?
Il bello per me non esiste, perché lo ricerco continuamente.

Pubblicato in Nella Nebbia n. 18, novembre 2009

laura.albergante

 

Lamento per la morte di Fernanda Pivano

Apro Viaggio americano. Mi fermo a leggere. Sulla seconda pagina c’è una sua dedica. C’è scritto: “cara Laura, grazie per la tua amicizia, che ricambio. Sii sempre felice. Pace e amore.”
Ecco, Fernanda era così. Una donna entusiasta della vita, colta, aperta al prossimo, non piegata né abbrutita dal peso dell’età. Un cuore sorridente. Quel giorno mi aveva accolta con calore e serenità. Non lo dimenticherò mai.
Fernanda era nata a Genova il 18 luglio 1917. Durante l’adolescenza si era trasferita a Torino dove frequentò il liceo classico Massimo d’Azeglio. Nel 1941 si laureò con una tesi in letteratura americana su Moby Dick, capolavoro di Herman Melville, premiata anche dal Centro Studi Americani di Roma. Non è solo che l’inizio di una storia d’amore, quella tra lei e l’America, che caratterizzerà tutta la sua vita: una passione intensa, bruciante come solo certi amori di letteratura e di ideale sanno essere.
Nel 1943 Fernanda pubblicò la prima traduzione dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Un libro straziante, che nelle sue pieghe trovava luce per ogni tipo di umanità e abiezione. Ricordo le lunghe ore a sbirciare quel libro di nascosto da sotto il banco, negli anni della mia adolescenza, sentendo Fernanda farsi viva, rendere carne quelle poesie scritte in inglese, guardarmi negli occhi, ammiccare.
La Nanda borghese, la “signora”, che forse proprio per questo amava così intensamente i suoi scrittori americani, amica di Cesare Pavese, Vittorini e Hemingway. La studiosa osteggiata dal regime fascista, che vietava l’importazione dei film e della letteratura statunitense. Addio alle armi le era costato l’arresto, durante l’occupazione nazista di Torino. Amante della musica, fu vicina a De Andrè, ai cantautori, a Dylan.
Tra i suoi lavori di traduzione figurano Tenera è la notte, Belli e dannati, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, scrittore – mito che finì in disgrazia, accecato dal proprio talento autodistruttivo.
Negli anni Cin    quanta e Sessanta Fernanda portò in Italia le opera della beat generation, la “generazione battuta, sconfitta”: libri che aprivano le menti, lasciando intravedere scorci di paesaggi, libertà mai viste. Sulla strada di Kerouac e Jukebox all’idrogeno di Ginsberg erano i nuovi testi sacri di una letteratura che si rinnovava, ardente come una fiamma ossidrica. Nel 1972 venne pubblicato Blues ballate e canzoni, una raccolta di testi e traduzioni italiane delle canzoni di Bob Dylan. Nello stesso anno Beat Hippie Yippie diede agli italiani la possibilità di guardare, attraverso occhi particolarmente lucidi, la cultura e la controcultura americana.
Scrisse una biografia di Hemingway, che diede alle stampe nel 1985. Tanti amici se ne erano già andati: Kerouac, Fitzgerald, Pavese, Lee Masters, lo stesso Hemingway. Ma Fernanda non si è mai persa d’animo e ha continuato a farci conoscere l’America, la sua America, quella sconfinata pianura pacifista, libera e autentica. Quella rivoluzionaria delle Black Panthers, di Norman Mailer e Martin Luther King.

Farewell Nanda. Non sarà la morte a portarti via da noi.

Pubblicato in Nella Nebbia n. 16, settembre 2009

laura.albergante

I Ministri: assalto sonoro al cielo

Tre disperati in giacche di foggia napoleonica, scovate in un mercatino di Amsterdam. Età media: 26 anni. Aspetto: giovani musicisti dall’aria incalzante, ironica, morbidamente curiosa. Segni particolari: cervelli funzionanti, sguardo sveglio. I Ministri sono una delle realtà più scalcianti del panorama musicale italiano. Tre vertici, tre personalità diverse: Davide Autelitano, detto Divi, è il cantante e il bassista, frontman tanto sfrontato quanto riflessivo, una volta sceso dal palco. Federico Dragogna, l’essenza rock’n’roll, autore dei brillanti testi e chitarrista del gruppo, ex giornalista musicale, sprigiona un’energia contagiosa. Michele Esposito, il batterista, è il componente più schivo e riservato. Milanesi, hanno pubblicato giovanissimi il primo album, I soldi sono finiti, un calcio in bocca all’industria discografica in crisi, con un vero euro in copertina. Tempi bui, il secondo disco, uscito in febbraio, li ha portati alla ribalta del grande pubblico con il singolo omonimo e Bevo, un beffardo inno per la gioventù alcolica. Incontrarli in tour è un autentico piacere: Federico e Divi sono un terremoto di parole, risate, aneddoti divertenti.
Introduciamoci sotto la loro pelle per conoscerli meglio.

I vostri testi hanno una spiccata attenzione per i temi sociali che riguardano i giovani. Per quale motivo avete scelto di parlare di tematiche come l’alcol, il diritto al tetto e la base a Vicenza?
F. D. : in realtà i pezzi non sono necessariamente delle denunce o delle battaglie ma sono delle constatazioni che spesso partono da una sorta di autocritica della parte peggiore di noi stessi: anche se alcuni aspetti autobiografici sono stati superati, cerchiamo di porre il problema piuttosto che offrire una soluzione. Gli slogan contenuti nel disco partono proprio dalla presa di coscienza di certe situazioni che ci circondano.

Noto una certa differenza tra i testi del primo e del secondo album. I soldi sono finiti era molto più personale e introspettivo, mentre Tempi bui è più generazionale. Come mai questo cambio di prospettiva?
D. A. : siamo passati dalla prima ipotesi di disco, che descriveva la realtà intorno a noi, emergenti squattrinati, ad una seconda ipotesi che non prende più un considerazione solo la dimensione della band ma anche il nostro modo di vivere.
F. D. : penso che lo scrivere canzoni sia in qualche modo una progressiva uscita da sé. Quando hai sedici anni parli soltanto di te. Tempi bui è il mondo, il fuori pesantemente filtrato dalle nostre autobiografie. Certi passaggi che sembrano allegorie sono semplicemente vita vissuta.

Perché entrambi i vostri album hanno delle tracce musicali “di passaggio” tra un brano e l’altro?
D. A. : inizialmente volevamo inserire delle tracce che funzionassero da collante tra una canzone e l’altra, senza però mantenere l’unità di suono del disco. Col senno di poi ci siamo accorti che i brani diluivano molto la scaletta, in maniera da lasciare un po’ di respiro tra un pezzo e l’altro. Ne I soldi sono finiti i brani di passaggio erano reinterpretazioni del tema fondamentale del pezzo seguente, con un tocco di fisarmonica, mentre in Tempi bui il fulcro è sempre la rivisitazione delle canzoni, questa volta in chiave tradizionale: abbiamo recuperato i canti popolari del Salento e del Sud.
F. D. : aggiungono una prospettiva diversa ai brani veri e propri.

Dal vivo fate qualche cover di band storiche come i Black Sabbath e i Clash. Con quale musica siete cresciuti?
F. D. : da piccolo adoravo i Queen e Michael Jackson. Ho ascoltato anche molta musica degli anni Sessanta- Settanta, tra cui i Kinks. Più tardi ho passato un periodo da metallaro e uno da amante del progressive rock. Credo di aver passato tutti i periodi tranne quello punk!
D. A. : io sono un cosiddetto “radio voyager”: consumo tutto quanto passa in radio. Ma se devo scegliere, dico Michael Jackson e Queen su tutti. Ascoltavo tantissimo gli Oasis e i Nirvana quando ero adolescente, poi Federico mi ha “traviato” in favore del metal. Le cover che facciamo, in realtà, non sono neanche delle band che abbiamo più apprezzato.
M. E. : condivido quanto detto da loro, anche se segnalo, tra gli altri, i Beatles, i Pink Floyd e i Jethro Tull. Sono le band con le quali ho imparato a suonare.

È straordinaria l’energia che trasmettete ai vostri live. In questi anni siete riusciti a costruirvi un seguito invidiabile! Con Tempi bui e Bevo siete trasmessi in heavy rotation su Mtv e Virgin Radio. Siete contenti di ciò che avete raggiunto?
D. A. : sull’ “invidiabile” dovrei correggerti. Noi siamo sporchi, la feccia, e questo è un bene: riqualifichiamo quello che è male per una società deviata, in cui poi si scopre che il “deviato” non è ciò che viene considerato tale, ma il resto. Se non fossi contento di ciò che abbiamo raggiunto non avremmo continuato.
F. D. : in generale siamo dell’idea che se, a un certo punto, dovesse andarci peggio, anche solo di un po’, sarebbe molto brutto. Non guardiamo la televisione, non ascoltiamo molto la radio, perciò queste notizie non ci cambiamo la vita. Ciò che fa la differenza, per noi, è sentire la gente che canta le nostre canzoni ai concerti. Sul palco sei un rappresentante: alla fine del live puoi scendere a parlare con le persone, ragazzi e ragazze come noi, come te. Non c’è bisogno di negarsi per avere rispetto dal tuo pubblico.
D. A. : non siamo cambiati molto in questi anni. Non c’è la finzione del palco né alcun filtro: abbiamo la possibilità di uno stretto rapporto con chi ci segue.

Siete legati alla Universal, nota major. Questo fatto vi mette sotto pressione o è stimolante?
D. A. : personalmente non stimola. È la nostra etichetta discografica, quella che formalmente mette i soldi per incidere i dischi. Veniamo da una situazione precedente che tutto sommato era identica. Tempi bui è stato registrato nello stesso studio de I soldi sono finiti. Se non ci fosse stata la Universal avremmo fatto l’album esattamente nella stessa maniera, con la stessa persona etc. La realtà indipendente esiste ma non è affatto indipendente, e spesso è anche poco interessante perché ricicla strutture e suoni provenienti da altri Paesi.
F. D. : siamo riusciti a ripagare coloro che hanno creduto in noi. Dai dischi guadagniamo pochissimo, viviamo sui concerti. Cerchiamo di prendere tutto ciò che possiamo dalla casa discografica, come ad esempio gli stanziamenti per girare i videoclip e la possibilità di conoscere bravi registi, venire a contatto con ambienti diversi.

Ultima domanda. Sono veramente tempi bui, questi?
F. D. : se fossero veramente tempi bui ci sarebbero meno zanzare, l’ho letto su Focus! (ride)
M. E. : ci hanno appioppato un’immagine cupa ma in realtà siamo persone poco serie!

E tra risate e momenti di riflessione c’è la certezza di avere davanti tre ragazzi con il rock’n’roll nel sangue, che tra sudore, urla e un po’ di sana faccia di bronzo sanno come toccare le corde della “generazione mille euro”. Come pochi altri sanno fare.

Pubblicato in Nella Nebbia n. 16, settembre 2009

laura.albergante

Demetrio Stratos & Area: trent’anni senza il Maestro della voce

Intervista a Patrizio Fariselli

14 giugno 1979. Sessantamila persone commosse si radunano all’Arena Civica di Milano, orfane di una delle più grandi voci contemporanee. Il concerto, organizzato allo scopo di raccogliere fondi per curare la grave malattia di Demetrio, si trasforma in un enorme tributo in suo onore. A quell’evento partecipano artisti di tutte le “estrazioni sociali musicali”: ci sono i cantautori Venditti, Finardi, Guccini, Vecchioni; gli Skiantos, incontenibili progenitori della demenzialità nel rock; i bluesmen Roberto Ciotti e Fabio Treves; le vecchie leve del progressive rock italiano come il Banco del mutuo soccorso. Gli stessi Area, il gruppo in cui Demetrio aveva militato per un lustro abbondante, suonano uno dei brani del repertorio più impegnato, una loro libera interpretazione de L’internazionale.
Ma chi era Demetrio Stratos? A trent’anni esatti dalla scomparsa, crediamo sia giusto celebrarne il ricordo. Patrizio Fariselli, che, come ama dire, fu “con gli Area dalla prima all’ultima nota che questo gruppo emise”, ci aiuta a rievocare Demetrio, il gruppo e quel periodo storico così infuocato sullo sfondo: gli anni Settanta.

Cos’è rimasto di Demetrio dal punto di vista artistico?
Direi poco, dal mio punto di vista. C’è poca curiosità nell’andare a sondare i limiti del proprio strumento, in questo caso la voce, o degli strumenti musicali in genere; vedo da parte dei giovani musicisti un accontentarsi di ciò che si sa fare, in una sorta di autocompiacimento del dilettantismo. Il messaggio di Stratos, invece, è quello di andare a cercare i limiti del proprio strumento, spinti dalla curiosità e dall’amore per la musica. Nel suo caso, la sua ricerca sulla voce colpisce molto perché è qualcosa che tutti noi ci portiamo dietro. Oltre alla grande caposcuola Cathy Berberian, Stratos fu uno dei primi ad affrontare la materia con la sua conoscenza e le sue capacità. Lui, infatti, cominciò sviluppando la partitura dei Mesostic di Cage, rappresentazioni grafiche di parole completamente svuotate del loro significato simbolico, interpretate dal punto di vista sonoro con la massima creatività e libertà.

Quali sono gli stimoli che portarono Stratos alla ricerca vocale?
È stato un percorso in divenire che Stratos intraprese spronato dal desiderio di saperne di più e dalla ricerca che si faceva all’interno del gruppo Area. Ognuno di noi cercava di far confluire gli studi individuali nel collettivo, dato che il gruppo era molto esigente con i propri componenti. Stratos ribaltò la situazione iniziale, nella quale aveva una certa difficoltà ad adattarsi, poiché il gruppo aveva una forte vocazione strumentale. Non avevamo la minima intenzione di fare canzoni: per un cantante era una condizione dura. Ciò che gli servì fu ragionare da musicista, da pianista: cominciò ad affrontare la propria vocalità da musicista puro e da compositore. Il percorso sulla ricerca vocale fu eclatante. Prima studiò le musiche etniche, le origini balcaniche, la vocalità mediorientale, per poi approdare all’estremo Oriente con le tecniche mongole, che furono la scoperta deflagrante.

Area come International POPular group. È un’idea ancora valida?
L’idea nacque dal fatto che la formazione di Area era un “casino” internazionale. Il progetto germogliò spontaneamente: a parte me e Capiozzo, due romagnoli, e il bassista Tavolazzi, di Ferrara, il primo bassista, Patrick Djivas, era di nazionalità francese; il chitarrista Lambizzi era italo-ungherese, Stratos era nato ad Alessandria d’Egitto da genitori di origine greca. Il riferimento era anche a una visione internazionale delle problematiche sociali. L’allusione all’internazionalismo proletario non era certo secondaria. Oggi parlare di internazionalità è scontato.

Quale fu il ruolo della avanguardie artistiche, per quanto riguarda Area?
Fece parte di un interesse per la contemporaneità che esplose in quel periodo. Per noi, ragazzi di vent’anni, venire a contatto con personaggi come Walter Marchetti, Juan Hidalgo, Gian Emilio Simonetti, fu importante, e ancora più importante e grande fu il piacere di introdurre nel proprio tessuto compositivo degli elementi che appartenevano alle cosiddette avanguardie storiche. C’era la massima attenzione per quanto succedeva nelle arti contemporanee, il che includeva le performance e l’attività del gruppo Fluxus, apertamente neo dadaista. Qualcosa di questi interessi si è riversato nella nostra produzione, soprattutto nelle azioni che si svolgevano durante i concerti. Brani come Lobotomia, pensato per indurre il dolore fisico, avevano un tipo di ritualità esecutiva molto aggressiva; altri gesti, come mangiare una mela al microfono durante La mela di Odessa, atti silenziosi come legare al buio il palco con un filo di lana oppure gettarsi in mezzo al pubblico con dei cavi legati ai sintetizzatori, erano un insieme di azioni che completavano la comunicazione che avveniva sostanzialmente attraverso la musica, i testi, l’immagine e la gestualità. “Che succeda qualcosa di interessante” era il nostro obiettivo. L’attenzione per musicisti come Cage pose fine anche alla ricerca dell’originalità a tutti i costi di certe avanguardie, diventate velocemente obsolete. Trovo più stimolante cercare dei valori trasversali, indipendentemente dall’aspetto formale della musica, andando a fondo dell’esperienza umana.

A proposito dei testi: perché ve li scriveva Gianni Sassi?
Gianni Sassi faceva parte del gruppo di lavoro Area, pur non suonando con noi. Si inventò discografico per seguire il collettivo, fondando l’etichetta Cramps. Scriveva lui i testi sotto lo pseudonimo Frankenstein solo perché non li avrebbe scritti nessun altro! Portò all’interno del gruppo la sua conoscenza: con i suoi dieci anni in più di noi, introdusse un rigore metodologico nell’elaborazione dei concetti e compensò la fortissima spinta che avevamo verso il suono puro. La sua presenza bilanciò questa tensione al punto da far sì che Area diventasse un progetto a tutto tondo. Non c’erano ideologi all’interno del gruppo perché, già allora, tra di noi si consideravano le ideologie obsolete come strumento di analisi della realtà, in quanto fisse ai loro parametri. La nostra posizione verso le ideologie e la politica è sempre stata critica. Gianni Sassi fece anche un lavoro grafico enorme sulle nostre copertine. Ci aiutò a non chiuderci in cliché, a non ghettizzarci.

Sono reperibili alcuni vostri filmati RAI e uno straordinario documentario sull’attività di ricerca vocale di Stratos. C’era una diversa attenzione da parte dei mezzi di comunicazione verso la musica “d’avanguardia”?
In realtà la RAI non ha mai offerto grande spazio alla nostra musica, e quando ci chiesero di apparire in video ci volevano far suonare in playback, cosa che per noi è inimmaginabile! La tv svizzera, invece, ci permise di suonare dal vivo. La radio, più aperta da questo punto di vista, ci dedicava qualche spazio in più. All’epoca era possibile proporsi come musica d’arte usando il mercato per veicolarsi, cosa che col tempo è diventata sempre meno trasparente. L’arte, in ogni caso, non è libera dal mercato, ieri come oggi.

Demetrio Stratos. Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano.

Pubblicato in Nella Nebbia n. 15, luglio/agosto 2009

laura.albergante

Torino si tinge d’Argento: il Maestro dell’horror all’ombra della Mole

«Ero giovanissimo, un bambino. Venni a Torino con mio padre, che doveva andarci per lavoro. Arrivammo di sera, pioveva, e subito la trovai una città bellissima. Aveva appena piovuto, le strade riflettevano la luce di questi lampioni, queste luci gialle… le strade luccicavano. Mi piaceva molto, aveva un’aria malinconica e nello stesso tempo inquietante. Non pensavo che avrei mai fatto il regista, ma ero sicuro che Torino sarebbe stata una città ideale per girarci dei film, anche se non conta la città in se stessa per rendere più o meno pauroso il film, perché dipende da come la si inquadra, da come la si illumina».
Poche frasi nelle parole di Dario Argento, regista romano con all’attivo più di venti film, per descrivere un amore duraturo ma incostante come quei colpi di fulmine portati avanti con passione infinita, alternati da tradimenti e da ricongiunzioni con le lacrime agli occhi.
Classe 1940, cresce nell’ambiente cinematografico grazie ai genitori: il padre, Salvatore Argento, perugino di origini siciliane, è un funzionario dell’Unitalia diventato produttore cinematografico, la madre, la brasiliana Elda Luxardo, è una fotografa di moda.
Il debutto dietro la macchina da presa avviene nel 1970, con L’uccello dalle piume di cristallo. Il film, accolto molto tiepidamente alla sua uscita, si trasforma rapidamente in un grande successo, incassando più di un miliardo di lire. La pellicola, fondante per il genere “giallo-thriller”, che genererà negli anni successivi innumerevoli epigoni e imitazioni, contiene quasi tutti gli elementi che contribuiranno a definire la particolarità, se non unicità, del cinema argentiano: le tecniche di ripresa, l’attenzione maniacale per la fotografia – tonalità di certi colori, soprattutto il rosso; luci, inquadrature; l’ossessione per i dettagli e per i rumori, amplificati; i dialoghi ridotti all’osso; il senso di alienazione che circonda i protagonisti, eroi solitari, emarginati. Il gatto a nove code, del 1971, è la prima pellicola girata nel capoluogo piemontese. «Il film è stato girato a Torino per via di una promessa che mi ero fatto adolescente, quando venni per la prima volta in questa città con mio padre: sentii che era molto interessante da descrivere, mi impressionò molto. […] Il primo film ebbe molto successo, anche negli Stati Uniti, allora dissi che il secondo film, Il gatto a nove code, l’avrei girato a Torino perché era lì che volevo farlo. […] Sono stato molto felice di scoprire questa città con le sue architetture, le sue piazze, le sue leggende, le sue leggende metropolitane… È una città bellissima e interessantissima, per me è come Cinecittà con scenografie già costruite». Torino è riconoscibile in molte scene: a Porta Nuova, “riqualificata” e inaugurata nel febbraio 2009, si consuma uno degli omicidi del film. Vediamo Piazza Statuto, situata nella zona centrale della città. In epoca romana questa parte della città, che si trovava ad occidente, dove tramonta il sole e iniziano le tenebre, era considerata una zona infausta; per questo motivo fuori dalla Porta Segusina venivano giustiziati i condannati e sepolti i defunti. Questi precedenti storici sono alla base della diffusa credenza che la piazza abbia un qualcosa di malefico. Le leggende sulla Torino magica narrano che in Piazza Statuto si trovi il punto in cui cade il vertice del triangolo della magia nera (gli altri sarebbero a Londra e San Francisco). Sempre secondo chi crede nelle forze occulte, a Torino si troverebbe anche uno dei vertici del triangolo della magia bianca, assieme a Praga e Lione. Sicuramente queste leggende hanno affascinato la fertile fantasia di Dario Argento, alla ricerca di atmosfere e di suggestioni seduttive, irrazionali. Anche Piazza Castello appare nel film. Progettata nel Cinquecento da Ascanio Vitozzi, vi si affacciano Palazzo Reale, Palazzo Madama, il Teatro Regio e molti altri siti importanti.
Sempre nel 1971, Argento gira a Torino Quattro mosche di velluto grigio. Sono visibili il ponte Regina Margherita, Piazza Castello, la Galleria Subalpina e la Galleria Umberto I. È la terza e ultima parte della trilogia degli animali.
Dopo la parentesi storica di Le cinque giornate e dopo aver girato alcuni lungometraggi per la RAI, Argento ritorna al giallo intriso di sangue con il suo film più famoso, brillante per sapienza tecnica e golosa creazione di suspence: Profondo rosso. Uscito nel 1975, gli esterni sono stati filmati quasi interamente nella città sabauda, anche se la pellicola è ambientata fittiziamente a Roma. Qui vediamo l’ “ossessione architettonica” argentiana prendere forma: alle strade e ai palazzi torinesi si mescolano affascinanti riferimenti pittorici. Il Blue Bar, costruito appositamente nella piazzetta C.L.N., riprende Nighthawks, un celebre quadro di Edward Hopper. Lo stesso luogo vede due dei protagonisti dialogare in notturna sullo sfondo dei monumenti che rappresentano allegoricamente il Po e la Dora Riparia. La fascinazione per lo stile Liberty del primo Novecento si concretizza nella scelta di villa Scott, situata sulle colline torinesi, progettata da Pietro Fenoglio nel 1902. Il modernismo italiano, che a Torino ha alcuni dei suoi vertici, “ruba” le sue caratteristiche stilistiche più importanti alla natura, di cui studia gli elementi strutturali, traducendoli in una linea dinamica e ondulata, con tratto a frusta. Ma non si parla di solo Liberty: c’è posto per il barocco del Teatro Carignano, uno dei teatri più importanti della città, situato nell’omonima piazza e per la Galleria San Federico, dove si trova lo storico cinema Lux.
Dal 1975 in poi, Dario Argento diventa sempre più famoso in Italia e all’estero: il suo nome diventa semplice garanzia di paura. L’allontanamento da Torino è un’enorme ellissi temporale di ventisei anni, che tuttavia permette ad Argento di ritornare sui suoi passi, come uno dei suoi killer, per mostrarci alcuni scorci inediti in Nonhosonno: «In questo caso ritraggo una Torino diversa rispetto al solito: la vedo come una città misteriosa, più piccola; è la Torino vera, cioè quella delle case, dei portoni che si aprono su bellissimi giardini, delle scale di marmo che conducono in appartamenti da scoprire». Nel 2005 Argento torna per girare Ti piace Hitchcock, inizialmente concepito per la RAI. Filmato nel quartiere Crocetta, è uno dei suoi primi film interamente torinesi. Due anni dopo è la volta de La terza madre, ideale conclusione della trilogia delle Tre Madri, iniziata con Suspiria e proseguita con Inferno. In questi mesi si stanno concludendo le riprese di Giallo, sempre nel capoluogo piemontese: c’è da scommettere che anche questa volta non mancherà l’amore per la città, vista con infinita passione nei suoi scorci più caratteristici e plasmata dalle invenzioni di un talento visionario. «Il mio ritorno a Torino vuole essere anche un contributo affinché i giovani amanti del cinema possano continuare a lavorare nella loro terra, e perché il cinema continui ad avere in Torino una casa ideale».

Pubblicato in Nella Nebbia n. 13, maggio 2009

laura.albergante

Roberto Cappella: un gitano innamorato di pittura e musica

A volte accade che la creatività non riesca ad incanalarsi in una sola forma d’arte ma ricerchi più vie per esprimersi compiutamente. È il caso di Roberto Cappella, cantautore e pittore, nato a Vercelli nel 1982. Occhi scuri, profondi e sinceri, da gitano, riesce a coinvolgerti quando parla della propria vita. Roberto è un’affascinante contraddizione: c’è uno stacco netto tra i ricordi legati alla terra d’origine ed il suo spirito indipendente, vagabondo, e tensione ideale tra espressione artistica visiva e musicale. Lo incontriamo in un grigio e freddo pomeriggio di metà gennaio. Ecco l’intervista.

Roberto Cappella nasce come pittore o musicista?
Direi che nasce come pittore. Studio pittura dall’età di dieci anni. Il mio interesse è nato come un gioco: avevano notato in me una predisposizione e mi hanno invogliato ad intraprendere questi studi. I miei primi ricordi, tuttavia, sono di musica, e risalgono a quando avevo circa un anno.

Qual è la forma artistico-espressiva che senti come vera vocazione?
Senza dubbio la musica. Ho un padre musicista alla Scala, è stato facile per me “nascere” in un ambiente come quello musicale.

Tuo padre ti ha in qualche modo indirizzato verso il mondo della musica o è qualcosa che ti appartiene intrinsecamente?
È una sorta di insegnamento diretto. Sono il figlio “di mezzo”: mio padre ha cercato di indirizzare in maniera netta sia mio fratello che mia sorella. Entrati nell’adolescenza, hanno abbandonato questi studi proprio perché sentivano di non avere una vera vocazione. Con me, invece, ha deciso di non ripetere l’ “errore” e, paradossalmente, sono l’unico che lo ha seguito in maniera concreta.

Vieni definito “cantautore”. Che significato ha per te questa parola, soprattutto alla luce della storia della musica? Senti una sorta di ideale continuità con i “cantautori tradizionali” (De Andrè, Guccini, Finardi…) o te ne differenzi?
“Cantautore” per me è solo una parola utilizzata per cercare di definirmi. Ora vengono chiamati cantautori anche alcune persone, che, sostanzialmente, hanno ben poca poesia rispetto a quelli del passato. È una parola per me molto nobile. Ma è anche un termine che mi riguarda da poco: è solo da un paio d’anni che mi presento come solista. I “cantautori tradizionali” mi forniscono comunque una base di ispirazione notevole: amo in particolare De Andrè e ho la fortuna e il privilegio di avere con me il suo bassista Pier Michelatti nelle registrazioni del mio primo album.

Sei appassionato di Mozart, Debussy, Rachmaninoff. Qual è il ruolo della musica classica per te, come musicista e cantante?
Diciamo che è più una passione che uno studio vero. Vivendo in un ambiente permeato dalla musica classica non ho potuto non interessarmene: ha una grandissima influenza sul mio modo di comporre i brani. Questo risalta soprattutto nelle partiture per gli archi e nella voce, che adopero nella sua accezione anche quasi lirica, soprattutto nel cantare le note lunghe.

Hai finito di registrare il tuo primo disco, in collaborazione con prestigiosi nomi della musica italiana. Parlacene.
Prima di tutto vorrei ringraziare il mio produttore, Bruno Tibaldi, che ha creduto in me e che ha prodotto il mio primo singolo, Braccia aperte, per Studio Lead. Il video che accompagna la canzone è stato girato in Croazia da Sinesolecinema. Una bellissima esperienza. Il cd si intitola provvisoriamente 22.21 e nasce sulla scia di una serie di coincidenze. Ogni sera, per mesi e mesi, mi sono accorto che guardavo l’orologio sempre a quella strana ora. Poi vi sono state un insieme di “coincidenze”, che mi hanno portato ad incidere l’album e a firmare il contratto discografico. I musicisti sono tutti della zona: il batterista di Cristiano De Andrè, Gigi Biolcati, è di Tronzana, Pier Michelatti abita nei paraggi, lo studio di registrazione è di un amico di Vercelli che avevo perso di vista e che ho ritrovato con molto piacere. Il suono dell’album è molto raffinato e in parte diverso dai provini che si possono ascoltare su myspace. È un disco totalmente acustico, composto da undici brani, ognuno del quale ha una particolare caratteristica stilistica. Il Messico, la Spagna, la musica gitana e gli zingari, il pop vengono toccati di canzone in canzone e legati dalla mia voce, che rende coerente il tutto. Gli archi e la fisarmonica fanno da filo conduttore dell’album.
Jeff Buckley è una fonte di ispirazione e stimolo soprattutto per quanto riguarda la vocalità. È un disco che parla di incontri, rimpianti: vorrei che le persone potessero ritrovarsi in esso, ognuna con le sue emozioni, sensazioni.

Ti sei diplomato al liceo artistico. Curi mostre pittoriche personali e musichi incontri di poesia. Che rapporto ha la tua musica con le arti figurative e letterarie?
C’è un forte rapporto tra la mia musica e le arti figurative. Il mio passato di studi artistici mi ha aiutato anche nella stesura dei testi. In essi parlo spesso della ricerca dell’immagine perfetta, dell’odore che hanno i colori utilizzati per dipingere, della loro valenza. Ho curato due mostre pittoriche: Tempo sul tempo e Curami bianco. Quest’ultima, in particolare, ha forti richiami alla musica, anche se non me ne ero subito accorto: il bianco, infatti, è come il silenzio, la pausa in musica. La maggior parte dei miei dipinti è stata ispirata da strumenti musicali.

Parlaci della tua esperienza come compositore della colonna sonora di La terra nel sangue, diretto da Giovanni Ziberna.
È stata un’esperienza meravigliosa, che mi ha permesso di conoscere persone di grande acume ed energia, con molta voglia di fare e di creare. Ho trovato le condizioni ottimali per sperimentare. Ho scritto la colonna sonora “a distanza”: in quel periodo vivevo a Roma e mi chiamavano per descrivermi le scene del film. Io in seguito registravo le musiche, che venivano mandate sul set, a Gorizia. È stato magico perché i miei brani si sono incastrati perfettamente alle immagini, pur non avendole ancora viste. Una sorta di empatia fortissima. Essendo una produzione indipendente, ho avuto molta libertà di scelta nel processo di composizione strettamente musicale.

In novembre ti sei esibito al MEI d’autore a Faenza. Che impressioni hai avuto?
Enrico Deregibus, giornalista che collabora anche con il Premio Tenco,  mi ha invitato al MEI per una performance live. Mi sono trovato benissimo e in ottima compagnia artistica. È stato molto stimolante.

Hai anche studiato l’uso della voce umana, strumento utilizzato quotidianamente per parlare, cantare, eppure spesso sottovalutato.
In passato tendevo a sperimentare molto di più dal punto di vista vocale. Ora sento il bisogno di togliere il superfluo. Sto cercando di raffinarmi sempre di più, di rendere la voce uno strumento più puro, emozionale, dato che trasmettere emozioni è per me una delle cose più importanti.
Ritengo che sia inutile essere dei virtuosi per trasmettere qualcosa: ciò che conta è arrivare al cuore delle persone.

Pubblicato in Nella Nebbia n. 11, marzo 2009

laura.albergante

Guido Crepax e Valentina, ovvero la linea dei tempi che cambiano

Alla triennale Bovisa di Milano, fino al primo febbraio 2009, c’è una mostra dedicata a Guido Crepax e ad uno dei personaggi del fumetto più amati di tutti i tempi: Valentina Rosselli, o più semplicemente Valentina. Tra le opere esposte troviamo le tavole originali disegnate a china; dei bellissimi giochi di società realizzati a mano, raffiguranti battaglie storiche, testimoni dell’attenzione per l’estetica militaresca; lo studio ricostruito dell’autore stesso, con i mobili autentici e le opere letterarie e musicali che hanno avuto importanza per l’artista; infine, le primissime realizzazioni di giochi ed illustrazioni, risalenti alla sua infanzia, che lasciano intravedere un talento purissimo, innato. Ogni stanza è un percorso, un dedalo mentale che rapisce e che inchiostra indelebilmente l’anima di chi guarda, facendo innamorare perdutamente.
Quale occasione migliore per ripercorrere le tappe fondamentali della vita di Crepax e per conoscere meglio le figure partorite dal quel pennino così geniale e generoso?
Guido Crepax, all’anagrafe Crepas (la “x” è un vezzo artistico) nasce il 15 luglio 1933 a Milano, città fondamentale per la vita del poliedrico disegnatore. La famiglia è di origine veneta, il padre è primo violoncello al Teatro La Fenice.
Crepax ha un viscerale attaccamento per Milano. È un uomo solitario e amante delle vita casalinga, ponte di lancio per mille fantasie. La città è sempre omaggiata, filtrata, amata, contrastata, viene lasciata entrare dalla finestra dello studio, penetra gli ambienti e i tratti dei fumetti. I suoi rumori, il milieu culturale, l’architettura, faranno da contrappunto costante alle avventure di Valentina e delle altre sue eroine. Inizia al lavorare nell’ambiente della grafica e si iscrive alla facoltà di architettura, presso la quale si laurea nel 1958. In questo periodo si dedica all’illustrazione ed alla grafica, realizzando numerose copertine di libri, dischi e manifesti pubblicitari. Nel 1957 ottiene il primo grande successo disegnando la campagna pubblicitaria per la Shell, premiata con la Palma d’Oro. L’anno successivo inizia a collaborare con Il Tempo Medico, rivista per la quale continuerà a disegnare fino alla metà degli anni Ottanta. Ma è nel 1963 che Crepax torna al suo vecchio amore: il fumetto.
A partire dal 1965 fa parte dei primi collaboratori della rivista Linus, presso la quale pubblica il fumetto Neutron, ambientato nel jet-set milanese dell’epoca, che viene minuziosamente descritto: niente sfugge al suo occhio attento, sia che rappresenti gli ambienti snob della borghesia, gonfia di pomposi discorsi pseudo-intellettuali, sia che passi in rassegna la moda e le tendenze con sguardo penetrante.
Proprio in una delle avventure di Neutron, precisamente nella terza puntata de La curva di Lesmo, farà la sua comparsa il personaggio di Valentina, presentata come la fidanzata di Philip Rembrandt – Neutron, critico d’arte dilettante dotato di poteri magici. La nostra eroina nasce dunque in sordina, ma fa presto a liberarsi dalle pastoie e diventa in breve tempo un’irresistibile protagonista del fumetto italiano. Ispirata alla figura di Louise Brooks, “l’unica attrice di cui tengo una foto nel comodino”, Valentina è una fotografa dall’inconfondibile frangetta e dal caschetto corvino, alta, flessuosa e slanciata, torbidamente sensuale. L’autore le dona un’esistenza insieme reale ed onirica: ha una carta d’identità che la fa nascere a Milano il 25 dicembre 1942 in Via De Amicis, la stessa in cui abita il suo disegnatore; la modella a somiglianza della moglie Luisa; la fa vivere in una Milano moderna, cupa, psichedelica e sognante allo stesso tempo; le regala un figlio, Mattia, e la fa invecchiare, diversamente dalla maggioranza dei fumetti. Il tratto è deciso, il colore nero, denso nella sua monocromia, ha una resa estetica espressionistica molto forte. Ma è soprattutto nella raffigurazione grafica che i fumetti di Crepax hanno grande spessore innovativo: le vignette sono scomposte, il filo logico viene sovvertito, manomesso, i flashback scompigliano i tempi, le immagini si spezzettano per diventare qualcosa di unico, cinematografico.
Di Valentina conosceremo molte cose: l’infanzia, l’incidente che la renderà orfana di entrambi i genitori, l’adolescenza martoriata dall’anoressia nervosa, la guarigione; la vedremo libera ed anticonformista, pronta alle avventure più incredibili, borghese, ma di sinistra, acculturata e pioniera dei nuovi costumi. Spesso disegnata nuda ed in contesti feticisti, Valentina non perde mai il suo candore, rimanendo un enigma affascinante, pieno di contrasti, così simile alla vita moderna.
Crepax ritaglia dalle riviste di moda, tra cui Vogue, le mise per il suo fumetto: celebri saranno le maglie fantasia di Missoni, che Valentina indosserà negli anni Settanta, e la cura nei dettagli della lingerie, dal gusto rétro e raffinato, al limite della decadenza. Il fumetto non crea tendenze in fatto di moda ma le subisce, piegandosi ai gusti dei tempi: è in altri contesti la portata rivoluzionaria del personaggio. Rappresenta il mutamento dei tempi, dei costumi sociali e sessuali, l’emancipazione della donna, seppur vista con sguardo critico e ironico. Il tradimento, l’avventura erotica ed onirica non saranno più tabù per un personaggio femminile, finalmente slegato dall’ipocrisia morale.
Crepax non nasconde la passione per la psicanalisi, la magia e la fantascienza, influenze che affioreranno spesso nelle sue tavole e che creano mondi fantastici, incantevoli. Autentica icona dell’Italia del boom economico e della crisi petrolifera, Valentina attraversa i decenni con impagabile grazia, adattandosi ai venti gelidi del cambiamento.
Negli anni Sessanta porta una boccata d’aria fresca, maliziosa e nuova; poi gli anni di piombo irromperanno nel fumetto, innescando un desiderio di sogni e di irrazionale. Risale al 1973 il film di Corrado Farina, Baba Yaga, ispirato all’omonima strip, il primo tentativo di “evasione” dalla carta. Parallelamente, l’autore si dedica alla trasposizione a fumetti di numerose opere letterarie erotiche, diventandone l’indiscusso maestro, e ad altre eroine, anche per la pubblicità: celebre la “Terry” creata per il terital, un tessuto allora all’avanguardia.
Gli anni Ottanta vedono Crepax trascurare un po’ il proprio personaggio, diventato ormai ultraquarantenne: Valentina è sempre più alle prese con misteri e problemi familiari. Negli anni Novanta Crepax decide di mandare Al diavolo Valentina!, titolo dell’ultima opera che la riguarda. Ha cinquantatré anni, l’uscita di scena è definitiva: si chiude un’epoca per Crepax e per noi. Valentina, amore segreto dei nostri cuori, ha rappresentato il cambiamento di un Paese, accompagnandolo e riflettendolo come in uno specchio magico, sensuale e seducente, non privo di ambiguità e contraddizioni, ma sempre incredibilmente charmant. Valentina, Guido: ovunque voi siate, ci mancate.

pubblicato in Nella Nebbia n.9, gennaio 2009

laura.albergante

Le ragazze del rock – di Jessica Dainese

Grrrrrrl power! È un ruggito tutto al femminile quello che travolge fin dalla copertina di questo libro, popolato da ragazze con la chitarra pericolosamente oltraggiose. Aggressive e passionali come il più carnale del fiori, sono rose scarlatte che pulsano di vita e noia metropolitana.
L’audace volume di Jessica Dainese si propone come vademecum per chi si voglia districare nell’oscuro – ma non troppo – labirinto del rock femina in tutte le sue declinazioni avute nel Bel Paese a partire dal bitt, stagione un po’ trascurata in favore del più naturale punk.
L’autrice di questo agile libro, edito dalla Sonic Press, smitizza una volta per tutte l’aura macho che il rock ha coltivato fin dagli esordi. Ma chi l’ha detto che le donne non hanno le palle per fare rock? Come ha giustamente osservato la saggia Joan Jett: «Girls got balls. They’re just a little higher up.» I commenti sessisti si sciolgono come neve al sole sfogliando le duecento e più pagine virate in un sontuoso technicolor patinato. Ok, la discografia di riferimento è scarsa – ma vogliamo parlare dell’influenza che hanno avuto queste band? Le Clito, tenute a battesimo da Demetrio Stratos nel pieno del periodo arrabbiato, si tolsero lo sfizio di mandare a quel paese il Fellini de La città delle donne – e questo è solo uno dei tanti succosi aneddoti raccontati attraverso interviste, preziosi reperti e reliquie vintage.
Le ragazze del rock è un’opera ribelle seppur metodica, sicuramente encomiabile, arricchita dal prezioso contributo di Oderso Rubini. Titolare della Italian Records, etichetta indipendente che si nutriva di quel vortice palpitante che era Bologna nel ’77, pubblicò dischi fondamentali per l’evoluzione del suono punk in suolo italiano come Inascoltabile degli Skiantos, gli lp dei Gaznevada e dei Confusional Quartet.
Il periodo beat, come detto sopra, è stato piuttosto snobbato. L’autrice non ha un grande feeling con gli anni Sessanta e si vede: un po’ per mancanza di materiale un po’ per scopo strettamente documentaristico, l’intero fenomeno viene liquidato con cinque paginette cinque su gruppi al femminile ben poco rivoltosi. D’altra parte, è giusto seguire lo spirito dei tempi: e i tempi furono maturi solo con la seconda ondata di disagio giovanile, culminata nel ’77 con Radio Alice, il libro-rivelazione Porci con le ali e il punk. L’ideologia do it yourself del movimento ha indubbiamente stimolato le donne a imbracciare gli strumenti e a confrontarsi con i colleghi maschi senza complessi di inferiorità.
La seconda grande ondata di rock al femminile è targata anni Ottanta e Novanta, soprattutto in coincidenza con l’avvento delle riot girls americane. Courtney Love e le Hole, le Babes in Toyland, Bikini Kill e Sleater-Kinney sono solo alcune delle band al femminile che hanno contributo a plasmare in modo permanente la visione maschia del rock. Anche in Italia, non c’è dubbio.
Il libro di Jessica Dainese prosegue svelto per decenni arrivando dritto dritto al presente, che non manca di colore e interesse.
Insomma, Le ragazze del rock ci sanno fare per davvero; non è una finta. Andate e sfogliate senza paura queste pagine vibranti; fatevi immergere nelle curiosità; gustatevi il ruggito delle donne. I am a woman, hear me roar!

Pubblicato in myword.it, gennaio 2012

laura.albergante

Serge Gainsbourg: storia di Melody Nelson

«Ah, Melody! Tu m’en auras fait faire des conneries!»

Ventotto minuti. Una mezz’ora scarsa di musica per uno dei dischi più influenti del panorama francese e del mondo tutto. Lo-li-ta. Me-lo-dy. Come nel capolavoro di Nabokov, la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti.
Histoire de Melody Nelson non è semplicemente un disco. È un mondo a parte; due occhi spiritati azzurri e verdi come isole in cui perdersi nella notte.
Sono passati quarant’anni dalla sua apparizione, in sordina. Serge Gainsbourg e la compagna di vita Jane Birkin avevano scandalizzato il mondo intero dando voce e corpo al Sessantotto, sospirando e gemendo sull’organo dalla patina liturgica di Je t’aime moi non plus. Il Vaticano era insorto; quel dischetto di vinile innocente venne bandito dai paesi più bigotti; in tanti lo ascoltavano come reliquia clandestina. Come racconta oggi Jane, divertita: «quella canzone ci ha permesso di vivere sereni per molti anni.» E ha permesso a Serge di cimentarsi in alcuni dei suoi migliori lavori.
In Je t’aime – così casta – c’era già tutto il gusto raffinato che Serge avrebbe infuso nei dischi successivi: il colto e intenso Jane Birkin – Serge Gainsbourg, in cui erano ospiti pungenti il suddetto morigerato cerimoniale per coppia e altre canzoni crudeli sul (non) amore come L’anamour, Le canari est sur le balcon, e Jane B. Le provocazioni care a Serge continuavano con 69 année érotique e Les sucettes, quest’ultima cantata in origine dalla dolcissima France Gall. Ah, beata ingenuità! Era convinta di succhiare un candido lecca-lecca. Non immaginava quanto veleno si potesse nascondere in quel bon bon al miele. Oppure, chissà?, l’adorabile France, da vera nasty girl, aveva capito perfettamente il senso della canzone mentre tutti erano in preda all’ipnosi collettiva.
Serge lavorava da tempo a un’idea strana e bella. Nell’anno del Signore 1968 aveva scritto sul quadernetto di Jane, in rosso e nero: «Per Jane Mallory, a cui dedicherò la storia di Mallory, ovvero la storia di Melody Nelson, Je t’aime», e nell’altra pagina, «Moi non plus.»
La gestazione del disco fu lunga e laboriosa. Due anni di lavoro febbrile, otto ore per scriverlo. Siamo nel 1971. Fiamme e rivolte sono un ricordo lontano.
Histoire de Melody Nelson racconta una storia di amore e morte. Il concept album in sette atti si snoda flessuoso e circolare su ventotto minuti di musica nuova, che si libra meditativa a mezz’aria, come se levitasse leggera in contrapposizione alla disperazione delle parole, scolpite nel fango di un dio vendicatore e crudele a cui è impossibile dispensare gioia. Certo, a Serge Gainsbourg piaceva fare la parte del vieux cochon, e Jane Birkin vestiva alla perfezione il ruolo della bimba sperduta. Ma nella fantasia Serge, allora appena quarantenne, si vedeva uomo di mezz’età alle prese con una ragazzina considerata poco più che pubescente, nonostante avesse già quatorze automnes et quinze étés.
Jane Birkin interpretò la sfortunata Melody Nelson alla perfezione. La copertina la ritrae a seno nudo, coperto da una scimmietta, in jeans sdruciti e parrucca rossa. Jane era incinta della loro prima e unica figlia, Charlotte.
Che strana sorte. Una bambina-donna, una ninfa dolce e innocente che per vivere nella grazia eterna deve morire. O morire di vita piatta, come la Lolita di Nabokov, sfatta e gravida e priva di ogni shining adolescenziale.
Il disco si apre con Melody, sette minuti di psichedelia dolceamara tardo sixties. Le chitarre sono semplici ed essenziali, quasi funk, suonate in staccato; un basso ipnotico pulsa pressante in primo piano lungo quasi tutta la durata dell’lp. Sullo sfondo, poche sparute note di piano in glissato; gli archi eseguono le armonie in un dolcissimo unisono, ognuno nel suo range strumentale. Gainsbourg volle un coro di ben settanta elementi per sottolineare i passaggi più drammatici della breve storia di questa ragazzina dai capelli rossi – c’est leur couleur naturelle.
L’incontro fatale tra i due ha il sentore della violenza che segna i riti di passaggio, come l’iniziazione al sesso della protagonista. L’uomo viaggia pascendosi nella sua Rolls Royce, rapito dallo spirito dell’estasi, trasognato, lungo una via periferica di Parigi. Perde il controllo dell’auto e urta una ragazza in bicicletta, facendola cadere sull’asfalto come una bambola di pezza.
«Tu t’appelles comment? – Melody – Melody comment? – Melody Nelson»
Melody è inglese come Jane, innocente Ballade de Melody Nelson, in cui noi, voyeur consapevoli, scopriamo che questa deliziosa, piccola, adorabile idiota, non ha mai accolto tra le sue braccia nessuno.
Ben presto la musica cambia e i tre quarti di Valse de Melody suonano affabili quanto Ah! Melody, vivido sentore dell’infatuazione del protagonista, deciso a farle conoscere l’amore in un Hôtel particulier dalle splendide colonne rococo, che fanno da sfondo muto al rimescolamento degli umori.
La storia tutto sommato non è niente di speciale. L’abbiamo letta e sentita mille volte; le abbiamo dato il volto di Sue Lyon o quello delle ninfette che hanno colorato il nostro occhiuto mondo adolescenziale.
Ma la vera grandezza di questo album risiede nella dicotomia che lo abita. È un disco moderno, imbevuto di sciroppi acid rock anni Sessanta, ma anche antico, come una vecchia anima rivestita di velluti e broccati lussuosi dell’Ottocento. Ecco, è qui la grandezza impalpabile di Gainsbourg, che sussurra all’orecchio malinconie licenziose su ragazzine destinate a morire nel fiore degli anni perché la loro perfezione non venga sciupata. La sensualità di quella voce matura, profonda, di catrame fresco; l’acerba bellezza della gioventù, spiraglio dorato dell’esistenza; il perfetto matrimonio tra band e orchestra; la vertigine degli archi vaporosi, soffici: Histoire de Melody Nelson fu quasi un flop quando uscì – solo quindicimila copie vendute in Francia, e praticamente nessuna nel resto dell’Europa – ma seppe rivalersi nel corso degli anni, facendosi culto per i musicisti più giovani. Gli Air non sarebbero esistiti senza il contributo fondamentale di questo disco, né Beck avrebbe forse creato certe melodie sghembe e ironiche.
Ma Melody, benché mineure détournée de l’attraction des astres, è con noi per restare, incantata irripetibile melodia circolare.
Quegli occhi azzurri e verdi ci scrutano ancora oggi, pigri e lenti, come forse ci scrutano le nuvole dal cielo, indifferenti alle sorti umane.

Pubblicato in myword.it, gennaio 2012

laura.albergante