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Archivi del mese: febbraio 2012

Tying Tiffany: cervello a colazione, pranzo e cena

Un caschetto nero corvino. Occhi scuri. Magra e flessuosa, affascinante. È così che ti immagini la Valentina di Crepax in carne ed ossa. Trovarsela di fronte fa un certo effetto! Eppure Tying Tiffany, poliedrica dj, cantante, ex Suicide Girl, emana un fascino di luci e ombre del tutto personale, al di là del paragone che la avvicina alla sua “metà” di carta.
Le biografie non ufficiali dicono che sia nata a Padova. Lei non conferma, ma un leggero accento veneto colora le sue parole e, sebbene sia restia a parlare di sé  – è molto riservata –  qualcosa trapela dal suo viso, dalla dolcezza con cui risponde alle mie domande.
Tying Tiffany è una ragazza dal talento sicuro ed eccentrico. È insolitamente timida, nonostante abbia posato senza veli. Non te lo aspetteresti. E invece ti conquista anche grazie alle sue piccole insicurezze. Abita a Bologna, centro nevralgico della scena alternativa. Ha pubblicato due ottimi dischi di electroclash. La sua musica mescola un certo gusto per la goliardia a suoni elettronici da cavo scoperto. L’ironia dei suoi testi si riflette anche nella scelta delle mise, che spesso sconfinano nel burlesque più estroso. Il primo album, Undercover, uscito nel 2005, contiene le hit underground I wanna be your mp3, che cita tutti luoghi comuni del rock, Honey Doll, e I’m Not a Peach. Il secondo, Brain for breakfast, pubblicato due anni dopo il debutto, vanta la collaborazione di Nic Endo dei Atari Teenage Riot nel brano Slow Motion. Tiffany alterna la sua attività come cantante a quella di dj. Sa suonare il basso. E quando è sul palco ha le movenze di un serpente sinuoso. Mi lascio incantare…

Partiamo dall’inizio. Come mai hai scelto come nome lo pseudonimo “Tying Tiffany”?
Ho scelto questo pseudonimo perché sono appassionata di bondage. “Tying” significa “legando”, Tiffany è il mio nome: diciamo che ho legato le due cose per formare questo nome un po’ particolare!

Ho letto su Myspace che stai lavorando al terzo disco, che arriva dopo Undercover e Brain for breakfast. Ci puoi anticipare qualcosa?
Il disco è praticamente finito. Ora sto lavorando sulle pratiche burocratiche di cambio label. L’album sarà differente dagli altri due, in quanto le sonorità saranno quelle delle mie origini: new wave, dark wave, sinth pop.

Da quanto ti interessi alla musica elettronica?
Direi da sempre! È sempre stata una mia grandissima passione, partendo da Stockhausen per arrivare alla nostra musica elettronica contemporanea. E’ un interesse che ho anche verso altri generi; la metto al livello di tutte le altre cose che ascolto, cioè new wave, punk, rock.

Quali sono le tue influenze musicali?
Non vengo ispirata solo dalla musica! Ci sono molte cose che possono influenzarmi: un’emozione, un sentimento, una sensazione; una canzone, un certo genere musicale, un film; un determinato suono, una buona lettura che ho fatto. Tutte queste cose possono fungere da catalizzatore.

Quali sono i tuoi interessi oltre alla musica?
Tra le mie passioni c’è sicuramente il cinema. Sono una grande appassionata nonché collezionista di film, in particolare di horror. Mi piace leggere, sono una persona estremamente curiosa. Compro tantissime riviste che trattano i più disparati argomenti: dall’ufologia alla scienza, all’estetica; passo da un argomento all’altro spinta dalla curiosità.

Quali sono i tuoi registi preferiti?
Prediligo in particolare i registi giapponesi dell’ultima generazione. Sono molto attratta da tutta la scena nipponica.

Cosa puoi dirci riguardo la tua attività come dj?
È una cosa che faccio più che altro per divertirmi. Non mi ritengo una dj “provetta”, di quelle che fanno i passaggi perfetti: sono un’appassionata di musica, mi piace mettere quello che ascolto a casa, far ascoltare alle persone che vengono alle serate ciò che amo di più.

Cosa ricordi, cosa ti è rimasto dell’esperienza come Suicide Girl?
È stata un’esperienza che mi ha permesso di conoscere delle ragazze interessanti, che hanno delle attività legate al mondo artistico e a quello sperimentale. Ho avuto modo di confrontarmi con delle persone che vengono da realtà totalmente diverse da quella che mi circonda. Per come è stato vissuto in Italia, forse non è stato realmente capito lo spirito di questa comunità, che offre al suo interno innumerevoli aspetti interessanti, al di là dell’immagine delle ragazze: ci sono interviste a registi famosi, scrittori, personaggi di rilievo. Ci sono forum che parlano degli argomenti più vari. Purtroppo si è sottolineato spesso solo l’aspetto “fotografico” delle Suicide Girls.

È vero: infatti vorrei che tu ti soffermassi sulla filosofia di questa comunità alternativa. Per quale motivo hai deciso di unirti a loro?
Come dicevo, è una comunità al femminile di persone accomunate dall’interesse nei confronti dell’arte e alla musica. Sono donne che hanno delle caratteristiche fisiche un po’ diverse dai canoni estetici “classici” che vengono rappresentati ogni giorno nei giornali e in televisione, fiere della propria diversità e di queste passioni al di fuori dal comune.

Hai legato con qualcuna di queste ragazze? Sono nate amicizie, intese personali?
Sì, ho fatto delle amicizie sia in Italia che all’estero. Soprattutto all’estero. Con Violetta (Beauregarde, altra famosa Suicide girl italiana attiva in campo musicale, nda) ci sentiamo anche se non ci conosciamo molto bene: a volte suoniamo insieme.

Oltre alla musica, quali sono le attività che ti procurano la maggior soddisfazione? Cosa ti piace fare nella vita?
Oltre a suonare? Beh, è dura…è quello che faccio praticamente 24 ore su 24! Faccio molte altre cose legate al mondo dell’audio: compongo musica per documentari e lavoro alla sonorizzazione di cartoni animati. Essendo totalmente coinvolta dalla musica resta poco spazio per il resto. Sicuramente stare con i miei animali è una delle cose che mi dà più soddisfazione! Quando posso passo il mio tempo libero con loro.

laura.albergante

Pubblicato in Nella Nebbia n. 21, febbraio 2010

Morgan – Italian Songbook vol. 2

Ha tutte le carte in regola \ per essere un artista

Così cantava Piero Ciampi, cantautore livornese maledetto e ebbro di vino e tristezza.

Già. Morgan ha tutte le carte in regola per essere un artista, e di quelli rari. È poliedrico, dotato di una sensibilità inquieta, versatile; ha una cultura musicale amplissima e dai gusti eclettici; è in grado di padroneggiare una grande quantità di registri: l’alto e il basso, il colto e il nazionalpopolare.

E sul versante nazionalpopolare Marco Castoldi ha creato una personaggio – quello del giudice di X Factor – che non rende sufficientemente onore né alle sue potenzialità né al suo talento. Peccato, perché dell’artista Morgan, quello che si strappava dal cuore Storia d’amore e di vanità o Contro me stesso continuiamo a sentire la mancanza.

Ora è arrivato il secondo volume di Italian Songbook – forse ce ne sarà un terzo, a completare una tenera trilogia, come con i Bluvertigo – e verrebbe da chiedersi il perché. Orbene, l’opera potrebbe avere un intento pedagogico-culturale, intrisa com’è di perle musicali dell’era italiana del boom. I suoni sono molto ricercati, spesso vintage; a volte imbevuti di elettronica dal sapore eighties a volte spolverati da archi ridondanti.

La scelta del repertorio è ammirevole e include un’ottima Non insegnate ai bambini di Gaber, che sgorga intensa e sentita. Ma gli inediti di Morgan, Desolazione e Una nuova canzone, non aggiungono niente di nuovo; più che parlare con la voce di chi li ha creati sembrano ventriloqui.

Donna bella non mi va di Rodolfo De Angelis è spensierata e frizzantina e rappresenta la più evidente eccezione all’interno dell’album, che veleggia fiero sulle note della malinconia e del mai più. Si può morire, Io che non vivo, Parla più piano – queste ultime due in doppia versione, italiano e inglese – sono di una tristezza che straccia l’anima. Ok, sarà anche romantico, ma che strazio! Qui Morgan utilizza il suo registro più drammatico e calca un po’ troppo la mano…meglio quando interpreta Marianne di Sergio Endrigo oppure passa in rassegna i ricordi di Hobby, un Tenco poco conosciuto.

Quindici canzoni sono tanta carne al fuoco: il rischio è che tutto bruci da un momento all’altro. Quello che manca in questo disco è proprio Morgan, relegatosi a interprete di se stesso. È con Desolazione che lo dico. Oltre che con tanto affetto.

laura.albergante

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Whitney Houston – Dove gli angeli cantano

E così è stata la volta di Whitney, l’angelo nero dalla voce d’acciaio. La donna che ha venduto milioni di dischi in ogni angolo di cielo e terra. Costantemente sotto la luce dei riflettori, che davano risalto a ogni raggio di splendore e ogni sua caduta.

L’hanno trovata morta in un albergo di Beverly Hills, in una vasca da bagno, forse annegata. Accanto, pillole e alcool e solitudine. Sarà il coroner a dirci le cause di questo decesso. Ma può importare qualcosa, ora? Spesso essere amati dal mondo intero equivale a non essere amati da nessuno.

Whitney Houston era nata nell’agosto 1963 a Newark, nel New Jersey, e doveva avere in sé il germoglio della musica fin dalla nascita: era figlia di una cantante di gospel, Cissy, cugina della star Dionne Warwick nonché piccola protégée di lady soul Aretha Franklin. Impossibile sfuggire a un destino che sembrava essere di tutto riposo: a undici anni la pubescente Whitney debuttava da solista nella New Hope Baptist Church, lustrando le scale della propria vocalità acerba.

Una vocalità prepotente che avrebbe coltivato nel corso degli anni: dotata di una grana finissima e di un’estensione da soprano drammatico, Whitney ha conosciuto un successo planetario sulle note di The Bodyguard, cucito intorno alla sua figura e imbastito sulla meravigliosa I Will Always Love You.

Whitney fu la prima donna di colore ad apparire sulla rivista Seventeen, nonché una delle prime modelle-cantanti di grande popolarità. Sì, perché la giovane era di una bellezza che toglieva il fiato: quando ti tornava, te lo rubava una volta di più aprendo bocca, modulando melodie con la precisione e pulizia di un usignolo nel fiore della primavera.

Già negli anni Ottanta la Houston era una star – gli album Whitney Houston e Whitney, rispettivamente del 1985 e 1987, avevano inaugurato una carriera trionfale, il cui calcio di inizio erano stati ventinove milioni di copie vendute. Un primato tutt’oggi imbattuto, un istant classic che le aveva procurato fama e un Grammy a soli ventitré anni.

Sette singoli consecutivi nelle Top 100, una vita privata devastante e devastata fatta di amori violenti e famosi, una figlia trascurata nata nel 1993; un matrimonio, quello con Bobby Brown, fatto di botte, sangue e improbabili riconciliazioni.

La sua voce ancora bella faceva male perché mostrava crepe da cui non filtrava luce. Il percorso impietosamente immortalato dai media ci ha mostrato ogni angolazione di una donna in stato confusionale, supina alle pasticche alla depressione all’alcool al crack.

Nessuno ti può insegnare il rispetto per te stesso, e di certo non saranno né il successo né il talento a farlo.

Mi piace ricordarla giovane e candida, in quel programma francese, seduta accanto ad un Gainsbourg decisamente sbronzo che proclama di volersela portare a letto – usando parole molto crude. Whitney era all’apice del talento e della bellezza ma sembrava ancora una ragazzina, quella ragazzina che cantava in chiesa a undici anni.

È proprio vero che quando ti cacciano dal paradiso perdi irrimediabilmente l’innocenza.

laura.albergante

1909 – 2009: cent’anni di futurismo, un anno di celebrazioni

Di futurismo quest’anno se n’è parlato molto e, come spesso accade, con risultati alterni e non sempre eccellenti. La portata rivoluzionaria e l’importanza che si dovrebbero riconoscere al movimento sono state in gran parte misconosciute o nascoste. Un atteggiamento forse anche dovuto a certe remore che vengono dai significativi contatti che certi artisti ebbero con il fascismo e altre frequentazioni “pericolose”. L’occasione canonica era quella della celebrazione del centenario del Manifesto, pubblicato su alcuni giornali italiani e successivamente su Le Figaro in data 20 febbraio 1909.

Il futurismo affonda le sue radici nel contesto storico del primo decennio del Novecento, durante il quale le arti e la cultura subiscono una radicale trasformazione: nel giro di pochi anni, il proliferare  di novità, l’evoluzione sociale e tecnologica spingono verso un rinnovamento dirompente. Le guerre, il cinema dei fratelli Lumière, i grandi cambiamenti politici, il telegrafo senza fili, l’uso delle cineprese, la radio e gli aeroplani fungono da stimolo potentissimo per una nuova generazione di poeti, letterati, artisti, che per la prima volta si confrontano realmente con la modernità fino ad esserne totalmente intrisi.

Quello che rende particolare il futurismo è la sua multimedialità ante litteram, che contamina i sensi e gli ambiti artistici con notevole anticipo sulle altre avanguardie storiche del secolo scorso. I futuristi infatti si occuparono di ogni forma espressiva: pittura e scultura, danza e fotografia, passando per la letteratura, la musica, il cinema, che era agli albori. Non tralasciarono neppure  l’architettura. La denominazione del movimento si ebbe grazie a Filippo Tommaso Marinetti, poeta italiano che battezzò e portò alla maturazione l’avanguardia artistica, che fu talmente influente da avere un seguito anche a livello internazionale. Il valore principale del movimento non sta solo nelle ben note doti di rappresentazione dei mille volti della modernità, capaci di rinascere e svilupparsi ogni volta secondo una forma d’arte diversa, ma anche nel tentativo molto generoso di portare l’arte nelle vita quotidiana e  lì darle un significato. Si tentò di “uccidere” il già visto, caricandolo di nuovi significati estetici ed espressivi con funzione liberatoria. E allora via con il “paroliberismo”, con l’abolizione della ricerca dell’armonia all’interno delle pagine dei libri, largo alle novità che spazzano via il passato e le sue nubi nefaste: le sculture si fanno plastiche, in movimento, astratte; si  ripone illimitata fiducia nel progresso; si esalta il dinamismo, la velocità, il rumore, in una sorta di fusione che vede l’uomo far parte quasi carnalmente di ciò che egli stesso produce.

L’intenzione di Marinetti era quella di diffondere orizzontalmente la cultura futurista, sottraendola all’elitarismo. Per farlo non esitò a stupire: il lettore si sarà trovato di fronte a titoli come Distruzione – La Città Carnale – 8 anime in una bomba – Zang Tumb Tumb – Gli Dei se ne vanno – D’Annunzio resta – Guerra sola igiene del mondo. Una rivoluzione provocante, quindi, che nonostante le apparenti difficoltà di accessibilità aveva mire popolari.

Il carnet delle mostre dedicate quest’anno al movimento futurista è stato molto ricco: in gennaio è stata inaugurata un’esposizione al Mart di Rovereto (TN), intitolata Futurismo100. Illuminazioni – Avanguardie a confronto. Italia, Germania, Russia. Vi erano esposte opere di Chagall, Kandiskij, Klee. Il progetto, a cura di Ester Coen, ha iniziato il suo percorso al Mart, per poi proseguire con Astrazioni al Museo Correr di Venezia (5 giugno-4 ottobre 2009), e concludersi con Simultaneità (15 ottobre 2009 – 25 gennaio 2010) a Palazzo Reale di Milano. In questa mostra “itinerante”si indagano le complesse e spesso inedite relazioni tra i futuristi e i più importanti esponenti delle avanguardie russe e tedesche. Da una lato vengono presi in esame i rapporti con gli artisti che hanno partecipato alla storia artistica tedesca di Der Sturm, a dimostrazione di quanto il futurismo ebbe forti legami con il paese dell’espressionismo. Dall’altra parte si parla del leggendario viaggio di Marinetti nella Russia del 1914, che fornisce il filo rosso ideale per analizzare le relazioni con i pittori cubo-futuristi russi. Fu infatti un intreccio fondamentale quello che si sviluppò tra Roma, Parigi e Mosca tra i pittori futuristi e gli artisti russi e tedeschi. L’esposizione del Mart ha fatto da cornice alla riapertura al pubblico della Casa d’Arte Futurista Fortunato Depero, chiusa da molto tempo causa restauro.

Un futurismo meno conosciuto ma altrettanto intrigante è quello proposto da 5 febbraio 1909-Bologna avanguardia futurista, che prende il nome dalla primissima pubblicazione del Manifesto, avvenuta sulla Gazzetta dell’Emilia. Sicuramente il prestigio de Le Figaro ha costituito per i futuristi una sorta di cassa di risonanza internazionale insostituibile, ma storicamente la primogenitura va riconosciuta al capoluogo emiliano. Curata da Beatrice Buscaroli, la mostra si è concentrata principalmente sul coté bolognese.

A Milano si sono svolte alcune delle più importanti manifestazioni celebrative. Mostre, spettacoli, eventi: dal FuturTram alle serate musicali e di teatro-danza futuristi, tutto questo è stato proposto dalla mostra Futurismo 1909-2009. Velocità+Arte+Azione, che si è chiusa a Palazzo Reale agli inizi di giugno. Non poteva mancare una mostra tutta dedicata al pioniere del movimento, F.T.Marinetti=Futurismo alla Fondazione Stelline, sempre fino al 7 giugno.

FuturisMI, una poliedrica kermesse, propone, fino a dicembre 2009, un ricco cartellone di iniziative volte a riconoscere l’importanza che Milano ebbe come centro propulsore. Il tema era già stato anticipato nel 2006, quando a Palazzo Reale erano state esposte opere di Boccioni e, nell’anno successivo, alcuni lavori di Giacomo Balla.

Anche a Roma ci sono stati numerosi eventi. Ricordiamo l’esposizione delle Scuderie del Quirinale, che ha ospitato un notevole nucleo di opere riguardanti il primo periodo storico del Futurismo. La mostra, anche questa curata da Ester Coen, scandisce un percorso precisissimo, nel quale si ricostruisce, con grande perizia filologica, la celebre mostra tenutasi a Parigi presso la Galleria Bernheim-Jeune nel febbraio del 1912.

Queste sono solo alcune delle esposizioni che hanno punteggiato l’anno del centenario dedicato al Futurismo. Ce ne sono state molte altre ugualmente valide e interessanti.

Quel che è certo è che il Futurismo è stato una delle avanguardie storiche più fiammeggianti del secolo scorso, al pari della Pop Art e del quasi coevo Dadaismo. Nel 1944 Marinetti se ne va, lasciando scritto: «Io non ho nulla da insegnarvi, mondo come sono da ogni quotidianismo e faro di una aeropoesia fuori tempo-spazio». Non è così vero. Dobbiamo tutti imparare a mettere un pizzico di coraggio nella vita di tutti i giorni. E i futuristi stanno ancora oggi lì a dimostrarcelo.

Pubblicato in Nella Nebbia n.19, dicembre 2009

laura.albergante

 

Andy: cercare la bellezza ovunque

Tutti lo conoscono come “Andy dei Bluvertigo”. Il biondo eccentrico che suonava il sax e le tastiere, che ballava in maniera bizzarra nei video di Fuori dal tempo e Altre forme di vita. Ma, a dispetto di quanti lo ricordano solo come componente della band di Marco “Morgan” Castoldi, riciclatosi con grazia come presentatore tv di successo, Andy è un artista a tutto tondo. Saranno i suoi occhi azzurri inquieti da cui traspare l’amore per l’arte, o i suoi quadri dipinti a colori fluorescenti che bucano il nervo ottico, o il magnetismo che sprigiona: quel che è certo è che Andy è un affascinante miscela di ipermodernità e tradizione. Nato Andrea Fumagalli in quella “Brianza velenosa” cantata quasi un decennio più tardi da Lucio Battisti, è un caleidoscopico pastiche pop di progetti, interessi, passioni.
Mandata a mente in tenera età la lezione del vate David Bowie, gioca con sano eclettismo tra le diverse forme d’arte, senza dimenticare l’approccio new romanticche lo contraddistingue da tempi non sospetti. È stato uno dei primi in Italia, infatti, a ispirarsi all’estetica degli anni Ottanta, ben prima che il ripescaggio del decennio diventasse una moda mainstream.
La passione di Andy per la contaminazione delle arti si è concretizzata nei suoi lavori, che hanno una qualità multisensoriale fortissima: impossibile rimanere indifferenti di fronte alle sue tele dipinte ad acrilico fluo. La sensazione, a dir poco lisergica, è quella di poter toccare il colore, sentire l’odore e la musicalità intrinseca delle immagini. Negli ultimi anni Andy, che, dopo lo scioglimento dei Bluvertigo, non ha mai scordato la musica, si è anche proposto in veste di dj dal gusto tipicamente eighties. Ed è proprio in una di queste serate che incontriamo l’artista: non ci facciamo sfuggire l’occasione giusta per conoscerlo meglio.

Quali sono i tuoi progetti attuali?
I miei progetti attuali si muovono tra pittura e musica. Ho appena inaugurato una mostra molto importante, a Torino, presso la galleria Mar & Partners.  L’esposizione, che raduna una trentina di tele, è curata da Francesco Poli. Si chiuderà il 17 gennaio 2010. Questo per me è un anno ricco di novità. Grazie a Marco Lodola, ho avuto la possibilità di sonorizzare una sua installazione alla Biennale di Venezia, con un progetto che si chiama Luminoise, che si rifà agli umori futuristi e all’omaggio di Lodola a Fortunato Depero. Dal lato musicale, seguo la mia tournée decennale come dj, con la quale propongo i “suoni del mio armadio”, le sonorità degli anni Ottanta, e sto preparando il mio disco solista, al quale lavoro da diverso tempo. A metà luglio ho presentato alle Scimmie di Milano, assieme a Fabio Mittino, un progetto che si chiama “Inspired by…” cioè ispirati da, in questo caso da David Sylvian e Robert Fripp, due artisti a me molto cari.

Quali sono le tue influenze a livello pittorico e musicale?
Ciò che mi influenza viaggia in maniera circolare: questo significa che quello che piace dal punto di vista pittorico ha ricadute anche sul lato musicale, e viceversa. Per quanto riguarda la pittura, sono un amante del surrealismo, dalla metafisica e “conseguenti”: Max Ernst, il kandismo, René Magritte. Sono folgorato dal periodo che va dal 1978 al 1984 di New York. Keith Hearing è solo la punta dell’iceberg: in quegli anni la città era una fucina di idee. Andy Warhol ha prodotto, in quello spazio di tempo, un’esplosione di colori e di commistioni di contesti, dove l’underground poteva interagire con la “serie A”. I miscugli di contesti, il ricco e il povero insieme, credo che sia una delle cose più vincenti che Warhol abbia fatto nella sua carriera. Sono inebriato da questo tipo d’arte. Musicalmente, invece, sono un appassionato di theremin, uno strumento degli anni Venti. Penso che Leo Theremin sia un genio assoluto. Dopo di lui ci sono stati Robert Moog (l’inventore del sintetizzatore omonimo, n.d.a.), i Kraftwerk, i campionatori. Nonostante io sia un sassofonista, sono molto affascinato dai sintetizzatori e da chi ne ha fatto buon uso: ecco spiegato il mio amore per i Tangerine Dream, i primi Human League, i Depeche Mode, e oggi i Daft Punk. Mi capita di ascoltare tutto un ventaglio di musiche diverse: dall’industrial degli Einstürzende Neubauten di Blixa Bargeld, ad alcune cose del boss Bruce Springsteen, a Luigi Tenco, e anche musica “da balera”.

Cosa ne pensi del ripescaggio degli anni Ottanta, bistrattati per tutto il decennio successivo?
Penso che sia un normale flusso generazionale. Negli anni Novanta c’era un retaggio del periodo tra la metà degli anni Sessanta e Settanta. Il grunge era un riflusso, una “rigenerazione generazionale”: band come gli americani Alice In Chains, che amo molto, si rifacevano a quei decenni per quanto riguardava le sonorità. Dal coté inglese, invece, che preferisco nettamente, mi piace molto la cosiddetta “indie dance”. Nei suoni di Manchester si potevano sentire echi dei Led Zeppelin mescolati alla musica da discoteca e alla new wave. In Twenty-four Hour People, un film che parla dell’hacienda di Madchester, c’è un po’ una sintesi di tutto quello che mi piace.
Gli anni Ottanta sono stati maltrattati da tutti quelli che hanno pensato di relegarli al loro contesto storico-politico, dove il denaro, Craxi, i magnaccia e tutti coloro che potevano far finta di avere ciò che non possedevano dilagavano. A mio parere, invece, in quell’epoca sono stati sviluppati dei codici artistici e sonori validissimi. Sono stanco di sentire i “barbuti della mia generazione”, che dicono che “non si esce vivi dagli anni Ottanta”, e poi finiscono per essere quelli che ora guadagnano più di un imprenditore, più rampanti degli autentici yuppies. Quello che amo degli anni Ottanta è l’autentico fervore che c’era, mi piace anche vedere il lato sociale di quella che io ritengo un decennio molto interessante.

I Bluvertigo si sono recentemente riuniti: avete un progetto in comune?
In comune, in realtà, abbiamo ben poco. Ci siamo riformati nel 2008 per un disco live, registrato a Mtv Storytellers. E’ stata una bella occasione per scoprire che, dopo sette anni, ci possiamo ancora divertire insieme sul palco. Doveva anche partire il disegno per un nuovo album. Ora come ora la discografia è una barca che affonda. Io non sono un artista indipendente, ma autonomo sì: mi interessa poco, quindi, occuparmi di del contratto con le case discografiche. Sono stanco anche dell’aria fritta che vende anche il mio collega Morgan. Ora non c’è la possibilità concreta di ricostruire il progetto, anche perché Marco è disperso in altro e io mi disperdo in altro. Per cui, al momento, è meglio stare lontani. Se ci sarà la possibilità di un riavvicinamento, sarà sicuramente in una situazione radicalmente diversa.

Cosa ne pensi della carriera televisiva di Morgan, giurato di X Factor?
Mi sembra molto strano vedere Morgan “santificato” mediaticamente per qualcosa di estraneo a quello che ha sempre cercato. Trovo che la tv, con i suoi “quindici minuti fatati” di warholiana memoria vada bene. Certo che, se si continua così per un anno intero…
Una domanda un po’ particolare: cos’è il bello per te?
Il bello per me non esiste, perché lo ricerco continuamente.

Pubblicato in Nella Nebbia n. 18, novembre 2009

laura.albergante

 

Lamento per la morte di Fernanda Pivano

Apro Viaggio americano. Mi fermo a leggere. Sulla seconda pagina c’è una sua dedica. C’è scritto: “cara Laura, grazie per la tua amicizia, che ricambio. Sii sempre felice. Pace e amore.”
Ecco, Fernanda era così. Una donna entusiasta della vita, colta, aperta al prossimo, non piegata né abbrutita dal peso dell’età. Un cuore sorridente. Quel giorno mi aveva accolta con calore e serenità. Non lo dimenticherò mai.
Fernanda era nata a Genova il 18 luglio 1917. Durante l’adolescenza si era trasferita a Torino dove frequentò il liceo classico Massimo d’Azeglio. Nel 1941 si laureò con una tesi in letteratura americana su Moby Dick, capolavoro di Herman Melville, premiata anche dal Centro Studi Americani di Roma. Non è solo che l’inizio di una storia d’amore, quella tra lei e l’America, che caratterizzerà tutta la sua vita: una passione intensa, bruciante come solo certi amori di letteratura e di ideale sanno essere.
Nel 1943 Fernanda pubblicò la prima traduzione dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Un libro straziante, che nelle sue pieghe trovava luce per ogni tipo di umanità e abiezione. Ricordo le lunghe ore a sbirciare quel libro di nascosto da sotto il banco, negli anni della mia adolescenza, sentendo Fernanda farsi viva, rendere carne quelle poesie scritte in inglese, guardarmi negli occhi, ammiccare.
La Nanda borghese, la “signora”, che forse proprio per questo amava così intensamente i suoi scrittori americani, amica di Cesare Pavese, Vittorini e Hemingway. La studiosa osteggiata dal regime fascista, che vietava l’importazione dei film e della letteratura statunitense. Addio alle armi le era costato l’arresto, durante l’occupazione nazista di Torino. Amante della musica, fu vicina a De Andrè, ai cantautori, a Dylan.
Tra i suoi lavori di traduzione figurano Tenera è la notte, Belli e dannati, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, scrittore – mito che finì in disgrazia, accecato dal proprio talento autodistruttivo.
Negli anni Cin    quanta e Sessanta Fernanda portò in Italia le opera della beat generation, la “generazione battuta, sconfitta”: libri che aprivano le menti, lasciando intravedere scorci di paesaggi, libertà mai viste. Sulla strada di Kerouac e Jukebox all’idrogeno di Ginsberg erano i nuovi testi sacri di una letteratura che si rinnovava, ardente come una fiamma ossidrica. Nel 1972 venne pubblicato Blues ballate e canzoni, una raccolta di testi e traduzioni italiane delle canzoni di Bob Dylan. Nello stesso anno Beat Hippie Yippie diede agli italiani la possibilità di guardare, attraverso occhi particolarmente lucidi, la cultura e la controcultura americana.
Scrisse una biografia di Hemingway, che diede alle stampe nel 1985. Tanti amici se ne erano già andati: Kerouac, Fitzgerald, Pavese, Lee Masters, lo stesso Hemingway. Ma Fernanda non si è mai persa d’animo e ha continuato a farci conoscere l’America, la sua America, quella sconfinata pianura pacifista, libera e autentica. Quella rivoluzionaria delle Black Panthers, di Norman Mailer e Martin Luther King.

Farewell Nanda. Non sarà la morte a portarti via da noi.

Pubblicato in Nella Nebbia n. 16, settembre 2009

laura.albergante