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Lamento per la morte di Fernanda Pivano

Apro Viaggio americano. Mi fermo a leggere. Sulla seconda pagina c’è una sua dedica. C’è scritto: “cara Laura, grazie per la tua amicizia, che ricambio. Sii sempre felice. Pace e amore.”
Ecco, Fernanda era così. Una donna entusiasta della vita, colta, aperta al prossimo, non piegata né abbrutita dal peso dell’età. Un cuore sorridente. Quel giorno mi aveva accolta con calore e serenità. Non lo dimenticherò mai.
Fernanda era nata a Genova il 18 luglio 1917. Durante l’adolescenza si era trasferita a Torino dove frequentò il liceo classico Massimo d’Azeglio. Nel 1941 si laureò con una tesi in letteratura americana su Moby Dick, capolavoro di Herman Melville, premiata anche dal Centro Studi Americani di Roma. Non è solo che l’inizio di una storia d’amore, quella tra lei e l’America, che caratterizzerà tutta la sua vita: una passione intensa, bruciante come solo certi amori di letteratura e di ideale sanno essere.
Nel 1943 Fernanda pubblicò la prima traduzione dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Un libro straziante, che nelle sue pieghe trovava luce per ogni tipo di umanità e abiezione. Ricordo le lunghe ore a sbirciare quel libro di nascosto da sotto il banco, negli anni della mia adolescenza, sentendo Fernanda farsi viva, rendere carne quelle poesie scritte in inglese, guardarmi negli occhi, ammiccare.
La Nanda borghese, la “signora”, che forse proprio per questo amava così intensamente i suoi scrittori americani, amica di Cesare Pavese, Vittorini e Hemingway. La studiosa osteggiata dal regime fascista, che vietava l’importazione dei film e della letteratura statunitense. Addio alle armi le era costato l’arresto, durante l’occupazione nazista di Torino. Amante della musica, fu vicina a De Andrè, ai cantautori, a Dylan.
Tra i suoi lavori di traduzione figurano Tenera è la notte, Belli e dannati, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, scrittore – mito che finì in disgrazia, accecato dal proprio talento autodistruttivo.
Negli anni Cin    quanta e Sessanta Fernanda portò in Italia le opera della beat generation, la “generazione battuta, sconfitta”: libri che aprivano le menti, lasciando intravedere scorci di paesaggi, libertà mai viste. Sulla strada di Kerouac e Jukebox all’idrogeno di Ginsberg erano i nuovi testi sacri di una letteratura che si rinnovava, ardente come una fiamma ossidrica. Nel 1972 venne pubblicato Blues ballate e canzoni, una raccolta di testi e traduzioni italiane delle canzoni di Bob Dylan. Nello stesso anno Beat Hippie Yippie diede agli italiani la possibilità di guardare, attraverso occhi particolarmente lucidi, la cultura e la controcultura americana.
Scrisse una biografia di Hemingway, che diede alle stampe nel 1985. Tanti amici se ne erano già andati: Kerouac, Fitzgerald, Pavese, Lee Masters, lo stesso Hemingway. Ma Fernanda non si è mai persa d’animo e ha continuato a farci conoscere l’America, la sua America, quella sconfinata pianura pacifista, libera e autentica. Quella rivoluzionaria delle Black Panthers, di Norman Mailer e Martin Luther King.

Farewell Nanda. Non sarà la morte a portarti via da noi.

Pubblicato in Nella Nebbia n. 16, settembre 2009

laura.albergante

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