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Whitney Houston – Dove gli angeli cantano

E così è stata la volta di Whitney, l’angelo nero dalla voce d’acciaio. La donna che ha venduto milioni di dischi in ogni angolo di cielo e terra. Costantemente sotto la luce dei riflettori, che davano risalto a ogni raggio di splendore e ogni sua caduta.

L’hanno trovata morta in un albergo di Beverly Hills, in una vasca da bagno, forse annegata. Accanto, pillole e alcool e solitudine. Sarà il coroner a dirci le cause di questo decesso. Ma può importare qualcosa, ora? Spesso essere amati dal mondo intero equivale a non essere amati da nessuno.

Whitney Houston era nata nell’agosto 1963 a Newark, nel New Jersey, e doveva avere in sé il germoglio della musica fin dalla nascita: era figlia di una cantante di gospel, Cissy, cugina della star Dionne Warwick nonché piccola protégée di lady soul Aretha Franklin. Impossibile sfuggire a un destino che sembrava essere di tutto riposo: a undici anni la pubescente Whitney debuttava da solista nella New Hope Baptist Church, lustrando le scale della propria vocalità acerba.

Una vocalità prepotente che avrebbe coltivato nel corso degli anni: dotata di una grana finissima e di un’estensione da soprano drammatico, Whitney ha conosciuto un successo planetario sulle note di The Bodyguard, cucito intorno alla sua figura e imbastito sulla meravigliosa I Will Always Love You.

Whitney fu la prima donna di colore ad apparire sulla rivista Seventeen, nonché una delle prime modelle-cantanti di grande popolarità. Sì, perché la giovane era di una bellezza che toglieva il fiato: quando ti tornava, te lo rubava una volta di più aprendo bocca, modulando melodie con la precisione e pulizia di un usignolo nel fiore della primavera.

Già negli anni Ottanta la Houston era una star – gli album Whitney Houston e Whitney, rispettivamente del 1985 e 1987, avevano inaugurato una carriera trionfale, il cui calcio di inizio erano stati ventinove milioni di copie vendute. Un primato tutt’oggi imbattuto, un istant classic che le aveva procurato fama e un Grammy a soli ventitré anni.

Sette singoli consecutivi nelle Top 100, una vita privata devastante e devastata fatta di amori violenti e famosi, una figlia trascurata nata nel 1993; un matrimonio, quello con Bobby Brown, fatto di botte, sangue e improbabili riconciliazioni.

La sua voce ancora bella faceva male perché mostrava crepe da cui non filtrava luce. Il percorso impietosamente immortalato dai media ci ha mostrato ogni angolazione di una donna in stato confusionale, supina alle pasticche alla depressione all’alcool al crack.

Nessuno ti può insegnare il rispetto per te stesso, e di certo non saranno né il successo né il talento a farlo.

Mi piace ricordarla giovane e candida, in quel programma francese, seduta accanto ad un Gainsbourg decisamente sbronzo che proclama di volersela portare a letto – usando parole molto crude. Whitney era all’apice del talento e della bellezza ma sembrava ancora una ragazzina, quella ragazzina che cantava in chiesa a undici anni.

È proprio vero che quando ti cacciano dal paradiso perdi irrimediabilmente l’innocenza.

laura.albergante

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