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Archivi del mese: marzo 2012

Alda Merini: fiore di poesia, fiori di follia

Sono nata il ventuno a primavera/ ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle/ potesse scatenare tempesta

E tempesta fu, sicuramente. In questa famosa poesia di Alda Merini c’è tutta la sua vita, la disperazione, il vitalismo, la pazzia. Sembra incredibile che la poetessa – precoce come Rimbaud ma capace di conservare la lucidità sbalordita della sopravvissuta – ci abbia lasciati a poca distanza di tempo da un’altra grande della nostra letteratura, Fernanda Pivano. Ma se i percorsi sono stati radicalmente diversi, è simile la passione, l’amore che le animava. Fernanda era una signora borghese, una donna innamorata dell’America vasta e rivoluzionaria degli amici beat, della controcultura, degli “ultimi”. Alda invece ha fatto parte degli “ultimi”, vivendo della propria ispirazione, covando la follia al punto da farne una musa dagli occhi di fuoco.
Alda era una reduce. Aveva affrontato la sua guerra nel manicomio, senza tempo né misure con cui confrontarsi. L’esistenza di una donna fragile, che aveva trovato nella tragica esperienza la forza di scegliere, nonostante tutto, la vita. Un angelo dalle lenzuola pulite, come diceva Anne Sexton, anche lei segnata dallo stesso trauma. Ma che, a differenza della Merini, finì per farsi sconfiggere dai demoni, andando incontro alla morte nel suo vestito migliore. Un destino condiviso da un’altra donna talentuosa, Sylvia Plath, che con La campana di vetro aveva squarciato di prepotenza il velo sulla malattia mentale.
Alda Merini era nata a Milano il 21 marzo del 1931. È morta il giorno di Ognissanti, nel suo letto d’ospedale. Accompagnata dalle adorate sigarette, incurante dei divieti di fumo.
Una vita randagia, spesa tra esaurimenti nervosi, ricoveri, elettrochoc, quattro figlie, due mariti. E tanti amanti, molti famosi. Manganelli e Quasimodo erano state due figure imprescindibili. Del primo diceva: «Fu il mio primo amore, fu grande amore. Era timidissimo, cincischiava, arzigogolava per paura di amare. Oh, non era un conquistatore! Io, ogni tanto, gli davo qualche sberla…»
Ma è stata la vita a schiaffeggiare lei. La sua storia con Manganelli, uno dei nostri scrittori più lunari, segnò anche il primo ricovero in ospedale psichiatrico. Poi ci fu la liason con Salvatore Quasimodo, al quale dedicò alcune belle poesie erotiche. Vennero i mariti, le figlie, altri ricoveri. E vent’anni di silenzio poetico, sprangata all’interno di una cella dalle sbarre invisibili: quelle dell’emarginazione.
Aveva esordito a soli sedici anni. A ventidue pubblicò la prima raccolta di versi, La presenza di Orfeo. Un talento acerbo, ancora grezzo rispetto alla grandezza del metro libero con cui avrebbe scritto tante poesie, scolpite letteralmente nella sua carne ancor prima che scritte sulla carta. Versi che avrebbe dedicato ad amici, dottori, amori infelici, e anche a se stessa.
La poetessa dei Navigli era rientrata tra i “vivi” agli inizi degli anni Ottanta, dopo aver soggiornato per quasi un decennio nelle strutture psichiatriche. Nel 1984 venne dato alle stampe La terra santa, opera che racconta la sua drammatica esperienza. Due anni dopo fu la volta di L’altra verità. Diario di una diversa, una sorta di autobiografia lucidissima, sfrontata, liberatoria.
Negli anni Novanta Alda pubblicò molti volumi di poesia, aforismi, piccoli poemi in prosa. La forte carica sessuale della sua poetica, mai persa con l’avanzare dell’età, è stata via via affiancata da un afflato religioso autentico, tanto carnale quanto sentito nel profondo.
Negli ultimi anni della sua vita la Merini fu spesso ospite di programmi televisivi: si ricordano le sue apparizioni al Maurizio Costanzo Show e al Chiambretti Night. La tv aveva fatto di lei un’icona mediatica in grado di superare le barriere dell’indifferenza. Il mezzo televisivo le aveva consentito di esprimere un personaggio – se stessa – in grado di coincidere quasi perfettamente con l’idea che in genere la gente ha del poeta: bizzarro, geniale, estroso e fuori dalle norme, provocatorio, sfortunato e maledetto.
La Merini è una di quelle poetesse in grado di scavare nell’anima di ognuno di noi, per regalargli un attimo di respiro, un bagliore di eternità. La sua morte è dolorosa, come dolorosa e travagliata è stata la sua esistenza. Ci auguriamo che l’attenzione suscitata dalla Merini “personaggio televisivo”  dia visibilità non solo alle sue opere ma che possa dare ancora una volta lustro alla poesia contemporanea spostandola dalla periferia al centro del circuito culturale. Lei, comunque vada, si è guadagnata un grande pezzo del nostro cuore. E non ne uscirà mai più.

laura.albergante

Maria Antonietta – S/t

Tremate, tremate, le streghe son tornate! Se essere donna consapevole vuol dire essere strega, allora ben vengano i miscugli di magia bianca e nera e le bambole voodoo.

Maria Antonietta – al secolo Letizia Cesarini – viene da Pesaro, ha ventiquattro anni e ha già scontato in anticipo i suoi peccati: cinque mesi di delirio e abnegazione per scrivere questo album che sa di sangue e ferro e unghie spezzate.

La nuova femmina della musica italiana usa parole crude e lievi al tempo stesso; canta con voce flebile e ruvida come in una trasfigurazione di Giovanna D’Arco e Courtney Love fuse in una figura del tutto inedita, che ha la testa rossa di Letizia e il calore di un corpo che ti pare di poter toccare tanto è vivo e vicino.

Maria Antonietta è un concentrato di rabbia tardoadolescente che non può non colpire in un knock out di incredibile potenza e dolcezza.

Il disco si apre con Questa è la mia festa, leggera e cantata con un tono acuto che ricorda le prime cose di Carmen Consoli – con un piglio cazzuto e irresistibile.

Le dodici canzoni che compongono il vero e proprio debutto a lunga durata di Maria Antonietta sono brillanti, dolorose, vere. Qui ci sono morte, disperazione, ironia, ricordi; santi e cristi, feste e postumi da sbronza. Ma anche verità e menzogne.

Con gli occhiali da sole racconta una storia di ordinario disagio sfociato in tragedia, nonché una confessione: “tu mi amavi senza condizione e io questo non lo potevo accettare” – mentre Estate ’93 ha una linea melodica vocale in grado di sciogliere qualsiasi cuore di pietra, con un timbro che si immerge nelle asperità di Gianna Nannini per riemergere cristallino come i ricordi d’infanzia.

Quanto eri bello è il primo singolo, un uptempo rockeggiante irriverente quanto la frase “volevo solo portarti a letto” che sulla bocca di Maria Antonietta ha una valenza decisamente catartica per tutte noi giovani e intrepide pulzelle – ancora oggi, certo.

Saliva è un’altra memoria post festaiola, melanconica e rabbiosa, che scivola pigra sulle spalle di un violoncello tra armonia e un gridato che ricorda il primo lp delle Hole. Qui Courtney Love è una figura importante, una presenza che ricorre anche in Santa Caterina, un assalto rapido e violento quanto Stanca, scossa da singulti vocali come in preda a conati alcoolici.

Maria Maddalena è una perla acustica di rara bellezza, in cui i Vangeli apocrifi assurgono a testimonianza che ognuno può cambiare vita, se lo vuole veramente. Un messaggio di speranza, in fondo a un album di purezza insieme carnale e spirituale.

In Stasera ho da fare Maria Antonietta canta a cappella passando in rassegna le sue ferite: “Cosa volevo fare, Giovanna D’Arco? Che tanto il mondo ti mette al rogo in ogni caso”, mentre Motel è una ballata quasi blues nei temi – mi viene in mente Empty bed blues di Bessie Smith – ascoltatela e capirete perché.

Non giudicate, ascoltate. Apritevi una bottiglia di rosso e sorseggiate più volte questi dodici canzoni, che trasudano femminilità, viscere e vita.

laura.albergante

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Janis Joplin – Live at the Carousel Ballroom

È una vita che gli artisti maudits muoiono a ventisette anni. Robert Johnson, down at the crossroads, insegna.

Tra questi casi prematuri ci sono Brian, Jimi, Janis, Jim, Kurt; più recentemente Amy. L’alone di disprezzo per tutte le forme di sfruttamento commerciale è molto spesso giustificato se non totalmente apprezzabile – non farò nomi – ma capita anche che dal cilindro degli inediti spunti fuori qualcosa di veramente significativo.

È il caso di questo disco, che racconta fedelmente ciò che era Janis Joplin poco prima di diventare la grande star che con Cheap Thrills avrebbe riverniciato i blues di bianco.

La band che la accompagnava, Big Brother and the Holding Co., era scalcagnata ma efficace, imbevuta com’era di rock corretto all’acido e suggestioni freak.

Qui Janis canta come se avesse un candelotto in gola pronto ad esplodere. Queste avrebbero potuto essere le famose registrazioni live da destinare a Cheap Thrills: Owsley Stanley, il leggendario soundman dei Grateful Dead, trova qui la misura giusta per far risaltare la voce di Janis e l’energica partecipazione istintiva della band.

Per chi non lo sapesse: Cheap Thrills non è un live. O, meglio, l’unico pezzo live è Ball and Chain, posta in chiusura al disco. È un album di studio, fatto di rattoppi e rammendi, di briciole e autentica grandezza. E la scaletta di questo concerto alla Carousel Ballroom riprende Ball and Chain di Big Mama Thornton in una versione bruciante, gonfia di passione e lacrime trattenute.

I quattordici brani di Live at the Carousel Ballroom ci danno un assaggio intenso della Joplin scesa dal palco di Monterey con l’intenzione di conquistare il mondo: la stupenda I Need a Man to Love, con le svisate chimiche di James Gurley alla chitarra, non fanno rimpiangere la maggiore propensione al tecnicismo della musica East Coast; Catch Me Daddy e Combination of the Two sono due pezzi al fulmicotone, così dinamici e adorabilmente freak; Piece of My Heart e Summertime rallentano la folle corsa offrendo riparo dai dolori terreni tra le loro calde braccia alate.

Ma c’è spazio anche per alcuni pezzi inediti – inediti per la discografia ufficiale, si intende: It’s a Deal, uscita solo su Rare Pearls, ep uscito con Box of Pearls, una raccolta integrale di qualche anno fa; Mad Man Blues è una torrida jam noise intrisa di fumi illegali; Flower in the Sun è una ballata rock con le palle che parla di un amore finito, che ormai “è storia”.

Live at the Carousel Ballroom rappresenta il secondo inestimabile tassello per comprendere la forza, la potenza della voce di Janis, che rimane una delle più belle mai ascoltate in questi quasi sessant’anni di rock’n’roll; nonché un’occasione per apprezzare i Big Brother, band che, a dispetto della pessima fama che li ha sempre seguiti come un’ombra, si dimostra all’altezza per sintonia emotiva e compositiva.

Un gran disco, in grado di lenire la nostra sete di Janis – che forse ci sta guardando da lassù sorridendo.

laura.albergante

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Bruce Springsteen – Wrecking Ball

Ok. Lo ammetto.
Non sono mai stata una fan del Boss, anzi. Non mi è mai piaciuto particolarmente. Troppo americano, troppo patriottico. Rock’n’roll zuppo di sudore, quasi mai di viscere.
Ebbene, faccio pubblica ammenda. Il diciassettesimo disco di studio di Bruce Springsteen è qui per restare, e probabilmente diventerà un istant classic, come tanti altri suoi lavori. Questo è un album da stadio, nel senso migliore del termine; musica da tempi duri, da cantare a squarciagola con gli occhi umidi.
Queste undici canzoni fanno annodare la voce per l’emozione, che emerge forte e chiara – sapendo anche che lo storico sassofonista, Clarence Clemons, il Big Man della E Street Band, ha suonato il suo ultimo assolo in Land of Hope and Dreams.
Wrecking Ball è una promessa mantenuta. In questo viaggio lungo undici brani Bruce non si risparmia e fa la radiografia al sogno americano, che in questi anni di disperazione e cadute non è più intatto.
Sono anni di grandi speranze tradite, di guerre perdute, tragedie e coraggio. Il Boss, vessillo dell’american dream – che faceva sperare milioni di persone, di immigrati decisi a darsi una chance nel Paese della felicità, nella terra di latte e miele – è ancora tra noi. E Wrecking Ball è il suo disco migliore da diversi anni a questa parte.
È vero: in Wrecking Ball ci sono tre brani in qualche modo già ascoltati in live o edizioni speciali – ma poco importa. Quello che conta è che qui ci sono vere lacrime, vero sangue.
Siamo dalle parti di Nebraska, il disco politico del 1982, vestito di folk e protesta. I temi sono di stretta attualità: crisi bancarie, depressione economica e spirituale, palle da demolizione, perdita dell’etica del lavoro, speranza.
We Take Care of Our Own, posta in apertura, è il primo singolo e ricorda in qualche modo Born in the USA, anche se la cassa dritta è quasi disco. Ma tutto l’album rimanda ad atmosfere già incise; è un déjà vu piacevole, confortante, che prende per mano e asciuga le facce sporche dell’America.
Il primo terzetto di canzoni è potente come un pugno in faccia: sgretola ogni certezza per ricostruire tutto da capo. È un ground zero di rabbia e, in fondo, umiltà.
Al quarto brano il Boss rallenta e si concede una ballad terzinata bellissima, Jack of All Trades, che incanta nella sua semplicità. Il soul riletto dal Boss, caldo e intenso.
Death to My Hometown è un country folk di protesta con tanto di fiddle, mentre This Depression, scritta assieme a Tom Morello dei Rage Against the Machine, disegna un parallelismo tra la Grande Depressione e la crisi di valori che sta investendo la società americana di oggi.
Il resto di Wrecking Ball è semplicemente delizioso anche se i testi sono durissimi, orgogliosi e allo stesso tempo umili. Land of Hope and Dreams ospita l’ultimo contributo di Clarence al sax, e svolta presto verso We Are Alive, che chiude il disco con un messaggio inequivocabile: noi siamo vivi. Scalcianti. E non ci arrenderemo.

laura.albergante

http://www.myword.it