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Archivi del mese: aprile 2012

Giovanni Peli – Tutto ciò che si poteva cantare

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Edda – Odio i vivi

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Davide Toffolo e gli Allegri Ragazzi Morti: luce a nordest

Davide Toffolo? Classico esempio di poliedricità artistica. Cantante, chitarrista, fumettista: tre anime che convivono con grande passione e sincerità. Ha fondato nel 1994 i Tre Allegri Ragazzi Morti, con i quali ha sviscerato l’adolescenza tuttotondo di migliaia di persone in crescita, intrappolate nella famosa zona d’ombra da cui molti non sono usciti, appunto, vivi. Nati a Pordenone, in quel nordest operoso, preciso e freddo di vento, poco abituato a dar notizia di sé ma intimamente ribollente, caldo di idee e di energie sommerse come il Carso. Una band illuminata di luce brutale ma schietta, faro puntato in faccia alle abitudini, i vizi, la quotidianità di chi si sente ai margini della società, di se stesso, di chi vive in sprezzo alle convinzioni. Davide Toffolo, sempre in bilico tra fumetto e musica, ha raccontato le mille vite perdute e le speranze, le lotte di tante persone, appena un po’ più bidimensionali, ma che soffrono, piangono, godono. Come noi. Raggiungo Davide al telefono dopo una piccola odissea fatta di appuntamenti desiderati, mancati, rimandati. Finalmente sento la sua voce! È serena, lievemente scossa da un accento friulano, che la rende così particolare, semplice e sincera allo stesso momento. Iniziamo subito a parlare dell’ultimo disco dei Tre Allegri Ragazzi Morti, uscito in marzo, intitolato Primitivi del futuro.

Primitivi del futuro ha un sound molto diverso rispetto ai dischi precedenti. Avete abbandonato il punk, fil rouge della vostra carriera, in favore del reggae e del dub: come mai questo cambio di prospettiva?

Non è stata una scelta ben definita anche se, fin dall’inizio, abbiamo cercato una lingua diversa, che si discostasse da quella che abbiamo sempre utilizzato. Quando si è trattato di fare il disco abbiamo scelto il produttore Paolo Baldini (Africa Unite, nda), che ha fatto crescere l’ipotesi di poter andare in una direzione completamente reggae. Di base c’era la volontà di parlare una lingua differente, perché la realtà che abbiamo intorno è diversa da quella che ci circondava quando abbiamo iniziato a suonare. Il rock, in fondo, è stato un po’ “mangiato” dalla televisione e dalle difficoltà nel comunicare.

Nuovi personaggi irrompono nella realtà descritta dal disco: alcuni di essi raccontano un mondo crudele, avaro di affetti e solitario. L’abbandono del “mondo naif” non è indolore ma permette di avvicinare la narrazione a ciò che viviamo quotidianamente. Secondo me è il disco della “maturità” in tutti i sensi: i testi non sono più legati al mondo adolescenziale ma si aprono ai trentenni, come se il passaggio all’età adulta si fosse ormai compiuto.

I Tre Allegri Ragazzi Morti, per mia precisa volontà, non si sono mai dedicati ad una scrittura per ragazzini, ma ad una scrittura sull’adolescenza. Il mondo che raccontiamo in questo album è sicuramente più vicino a noi, ma rimane una visione in qualche modo fantastica o “di ricostruzione”, perché il mio modo di scrivere ha più a che fare con il disegno che con la descrizione di quello che vedo intorno a me. E’ indubbio che questo disco includa sia nuovi personaggi sia un nuovo tipo di musica per noi. Ma io non lo vedo come un album di “rottura”, visto in prospettiva rispetto al passato: per me è da inserire in un percorso di continuità. Quando mi dicono “è il disco della maturità” mi prendo un po’ paura!

Cosa rappresenta per te l’adolescenza? Per quali motivi ti affascina?

Per me è sempre stato il momento di passaggio, quel momento in cui una persona decide cosa diventerà, perciò credo rimanga una chiave per capire ciò che siamo. E’ il periodo in cui io ho trovato la mia forma e un luogo molto fertile per scrivere. Ho scritto dei fumetti, delle canzoni che hanno a che fare con l’adolescenza. Ne ho parlato così tanto in questi anni che non riesco più ad occuparmene, almeno nelle interviste! (ride, nda)

Mio fratellino ha scoperto il rock’n’roll era una vostra canzone di qualche anno fa: cosa significa rock’n’roll e che ruolo riveste la musica rock per te?

Il rock’n’roll per me è sempre stato sinonimo di alterità. Se la musica italiana è sempre stata la musica leggera, il rock’n’roll è sempre stato un linguaggio altro. Infatti, i Ragazzi Morti scrivono delle canzoni facilissime, chiaramente non stupide ma costruite su una modalità che ricalca quella della musica popolare, non italiana ma americana, e questo costituisce ancora oggi, per molti, una sorta di “infrazione” nei confronti della tradizione nazionale. Il rock’n’roll è stato anche la musica di mio padre ed è stata per molto tempo l’idea di una scoperta, anche un po’ naif, della propria diversità e della propria essenza: per questo io lo sento vicino all’adolescenza.

State girando l’Italia in tour: come è stato accolto il nuovo disco?

Molto bene! Nelle prime date, in particolare, come avviene sempre quando presenti un disco nuovo, avverti una grande attenzione e allo stesso tempo devi convincere le persone che hai davanti. Questa volta la sfida è stata doppia, perché questa diversità nel sound ci ha costretti ad avere un atteggiamento, anche fisico, molto differente da quello che avevamo in precedenza, cosa che ci ha fatti praticamente ripartire da zero: ecco spiegata l’energia fortissima che sentiamo!

Parliamo del tuo lavoro come fumettista. Senti più tua la musica o il fumetto? Quale delle due forme espressive è più connaturata al tuo modo d’essere?

In questa cosa sono “doppio”: non riesco a scegliere, e non ho ancora scelto, tra i fumetti e la musica. Ti devo confessare che la quantità di lavoro che ho fatto in campo musicale, negli ultimi tre-quattro anni, ha rallentato molto la mia attività in ambito fumettistico. In questi giorni sto mettendo a posto una serie di appunti che potrebbe confluire in un libro nuovo. E’ difficilissimo scegliere tra le due opzioni. Quando mi sento sotto pressione con una delle due forme artistiche, tendo a rifugiarmi nell’altra: funziona sempre.

Hai frequentato la scuola di fumetto di Andrea Pazienza, a Bologna: che ricordi hai di questa esperienza?

È stata l’esperienza più formativa della mia vita, durata solo un anno, certo, ma molto intensa. Avevo circa diciannove anni…per la prima volta ho incontrato delle persone, degli artisti, che avevano un amore così grande e profondo per quello che facevano al punto da rimanere dentro di me anche ora: è una forza che io ho voluto emulare in tutta la mia vita.

Quali sono le tue fonti di ispirazione sia per la musica sia per il fumetto?

Ho letto moltissimi fumetti e ho ascoltato altrettanta musica. Non so se sono gli altri fumetti a fornirmi l’ispirazione per le mie tavole, anche se di solito funziona così: si cerca di riprodurre qualche sensazione, qualche emozione che si è vissuto in passato, e questo è il motore di ciò che ogni artista fa. In questo momento sto lavorando ad un libro che è una sorta di biografia a fumetti di un grande disegnatore italiano: Roberto Raviola in arte Magnus, l’inventore di Alan Ford. Questo mi permette di mettermi in comunicazione costante con il lavoro di un altro disegnatore. Magnus è sicuramente fonte di ispirazione per le mie opere, ma non è l’unico. Cito anche David Bee e Gipi, che spesso rileggo per trovare una forma adatta al mio lavoro.

Nel 2002 hai pubblicato un libro, Intervista a Pasolini. Siete entrambi friulani. Puoi farci una riflessione sulla figura di questo grande intellettuale italiano?

Uno dei punti chiave del libro sta nella figura di Pasolini come scrittore che mette in gioco la propria vita. Chiaramente anche l’aspetto “territoriale” ha avuto un ruolo importante. Pasolini per me ha svolto la funzione di specchio: ho cercato di capire, nelle sue parole, quello che poteva servire anche a me. Una sorta di confronto tra artisti.

È uscito nel 2009 il terzo e ultimo atto dei Cinque Allegri Ragazzi Morti. Cosa ci racconti di quest’opera?

È la raccolta completa delle storie che ho scritto sui ragazzi morti: le ho iniziate idealmente nel 1994, anche se la maggior parte del lavoro è stato fatto tra il 1999 e il 2001, il periodo in cui ho disegnato più di cinquecento tavole a fumetti divise in nove storie. L’ultima invece è stata pensata assieme alle altre ma è stata disegnata poco prima che venisse pubblicata, cioè l’anno scorso. È il corpo principale dei fumetti sui ragazzi morti e sono felice che per la prima volta ci sia un luogo in cui trovare tutte le storie relative a loro, insieme ai dischi, visto che si possono trovare in allegato alcune raccolte di nostri brani. Sono orgoglioso del lavoro realizzato con gli Allegri Ragazzi Morti: è un lavoro complesso, articolato, che ha poco a che fare con la maniera tradizionale di mettere in moto la musica.

Un saluto ai nostri lettori.

Il nostro saluto tipico era “bacini & rock’n’roll”, visto che ora abbiamo due lingue vi saluto con bacini &reggae&roll! Chi verrà ai nostri concerti avrà un po’ di reggae e un po’ di rock’n’roll, ma soprattutto avrà noi.

laura.albergante

Pubblicato in Nella Nebbia n. 26, luglio 2010

La mia mostra fotografica @ Basexaltezza – Novara

La mia mostra fotografica @ Basexaltezza - Novara

Nevermind: spirito adolescente

Oh well, whatever, nevermind” …queste parole risuonano ancora nella mia mente. Cupe, impotenti, rabbiose. Come se vivere o morire, vincere o perdere fossero la stessa cosa. Quel biondino dall’aria pallida e profondamente annoiata mi guardava dalla tv dritto dritto negli occhi, quasi cercasse di scuotermi dalla mia infanzia. Ero troppo piccola per capire il significato di Smell Like Teen Spirit; troppo giovane per cogliere l’ironia di Come As You Are, in cui Kurt giurava di non avere un fucile.
Ma quello sguardo disperato era più potente di qualsiasi barriera linguistica, di età o sesso.

Sono passati vent’anni dall’uscita di Nevermind. I Nirvana avevano pubblicato Bleach due anni prima: un disco acerbo, ma con perle da rifinire come About a girl, Love buzz e School. In copertina, una foto di quattro giovani lungocrinuti: Cobain, il fido Krist Novoselic al basso e un altro chitarrista; dietro le pelli sedeva Chad Channing, rimpiazzato nell’album successivo da Dave Grohl, dalla ritmica robusta e sicura. Difficile immaginare l’impatto dirompente che ha avuto il grunge sulla musica rock.
I Nirvana di fine anni Ottanta suonavano come i Led Zeppelin incrociati con i Black Sabbath: erano scuri, grezzi e idrofobi ma anche capaci di inaspettata dolcezza. La risposta più credibile al metal cafone e machista di quel decennio veniva data da una band di Seattle, estremo Nord Ovest degli Stati Uniti, un posto grigio, piovoso, brutale; non certo dalle spiagge assolate della California dagli eterni sorrisi.
Nevermind è l’unico disco generazionale partorito negli ultimi due decenni. Nessun album pubblicato successivamente ha avuto la capacità di abbracciare persone di ogni estrazione sociale. Kurt, ragazzo cristico, biondo come una madonna, fragile e androgino, aveva dato voce all’inesprimibile. Avvolto in una maglia a righe, jeans strappati, camicie di flanella a quadri, si dimenava tarantolato sui palchi di tutto il mondo, colpito da improvvisa notorietà. Il produttore Butch Vig, poi mente dei Garbage, aveva limato i suoni ma non la potenza, le viscere dei Nirvana. La musica colpiva al petto, diretta, sanguigna. Impossibile restare indifferenti di fronte alla portata emotiva di queste dodici canzoni senza pelle. Già la copertina raccontava una storia senza tempo: l’avidità è sempre di moda; restare puri, immacolati, è privilegio di pochi.

Non è difficoltoso trovare echi della rivolta grunge ancora oggi. Il suono letale di quella chitarra maltrattata si è conservato intatto attraverso le mode, gli anni, le morti. Il verbo di Seattle ha contagiato e contagia ancora oggi. I Nirvana hanno saputo leggere lo sbandamento dei ragazzi di tutte le età. Rabbia adolescenziale, buchi emotivi, sofferenza: tutti abbiamo vissuto il nostro Nevermind sulla pelle.
Canzoni dolenti come Polly, Lithium e Drain you hanno il suono perfetto delle emozioni. Ma non si tratta di emozioni cristallizzate: ogni brano pulsa ancora generosamente, immettendo linfa vitale e portando speranza rivoluzionaria nella musica. Generazioni di giovani sono cresciute inchiodando Kurt alle pareti delle proprie stanzette, accanto a Brandon Lee ne Il Corvo, Jim Morrison e Sid Vicious. Non so quanti abbiano compreso l’essere umano Kurt, oltre la leggenda e l’aforisma da diario. Ma forse, come direbbe lui, non importa. Al di là del mito, vorace e pronto a santificare, c’è un album ancora fresco nella sua potenza espressiva. Ogni traccia è un gradino, un passo verso la catarsi; la comunione grunge non smette di esorcizzare i fantasmi, o meglio: li chiama per nome.
E questo non è poco, anche se quel ragazzo ha smesso di urlare la propria impotenza da tanto tempo.

Buon compleanno, Nevermind.

laura.albergante

http://www.ondalternativa.it

Offlaga Disco Pax – Gioco di società

A pagare e morire…si fa sempre in tempo. Almeno, così dice il proverbio.

Gli Offlaga non fanno sconti a nessuno. O li ami o li odi. Hanno voce e piglio davvero personale – un po’ come la Carlotta di Superchiome. Ma non sono qui per prestarmi all’ironia. Anzi: dico che la band reggiana ha veramente qualcosa da raccontare.

Il terzo lavoro degli Offlaga Disco Pax non ha nulla da invidiare agli acclamati Socialismo tascabile e Bachelite.

Reggio Emilia è qui, come sempre, l’ombelico del mondo; questa città inutilmente bella è l’epicentro del bene e del male, di racconti tragicomici e inaspettate aperture emotive – piccolo mondo antico Fogazzaro di tutti noi, alla ricerca di un sollievo dal tempo che scorre. Inesorabile.

La musica si fa ancora più fredda; le basi sono gelida ostia new wave lambita dagli anni Ottanta. Supportato da una strumentazione vintage, il terzo disco degli Offlaga abbandona quasi completamente le chitarre per giocare a favore di tastiere e altre diavolerie elettroniche. I suoni sono cibernetici, quasi un ossimoro sul recitato di Max Collini, così visionario, coinvolgente, emozionale. Enrico Fontanelli e Daniele Carretti, gelosi custodi del sound, suonano qui minimali e indispensabili alla struttura di ogni cosa, che viene scarnificata, ridotta all’osso fino a sfiorare l’anima.

Gioco di società è allo stesso tempo continuità, strappo ed evoluzione nella storia degli Offlaga Disco Pax. Qui c’è molta più cassa dritta rispetto ai lavori precedenti; troviamo meno politica e più intimità – racconti di vita dolorosamente vissuta come in Sequoia, A pagare e morire… e Parlo da solo sopra tutte. Palazzo Masdoni è una storia di ordinaria romantica militanza – era la sede del Partito Comunista, in cui il giovane Max avrebbe voluto abitare, forse per vivere totalmente il senso di appartenenza politica in un’epoca di edonismo reaganiano e pieno riflusso.

Sequoia offre una panoramica cinematografica rurale alla Novecento di Bertolucci – nella rossa Emilia, all’età di cinque anni “si potevano ancora mescolare, senza dare troppa noia, i nipoti dei contadini con i figli del Dottore” – nonché una spiegazione di quella cicatrice al sopracciglio un po’ meno eterna di quella pianta secolare.

Parlo da solo racconta di un amore finito male, tra incomprensioni e parole non dette, risparmiate; mentre Respinti all’uscio è un ricordo delle devastazioni ad opera di quegli autoriduttori “respinti all’uscio senza tanti troppi complimenti” – memoria di una Reggio Emilia preadolescenziale in cui suonarono i Police proprio a due passi dalla scuola che Max frequentava a tredici anni.

Gioco di società è un disco che raramente si muove dalle pareti di casa e quando lo fa non si sposta di molto – si tuffa nel cuore di quell’Emilia da piccola storia più o meno ignobile, Francesco Guccini docet. Piccola storia ultras svela l’arcano dietro a “grazie Reagan, bombardaci Parma” così come Cioccolato I.A.C.P. in Bachelite aveva dato un senso a “il toblerone, qualcuno sa perché” di Robespierre. Ci sono molteplici giochi di specchi e di rimandi in questo disco – capirli e assimilarli non è facile ma è così affascinante.

Tulipani racconta l’impresa impossibile del ciclista olandese Johan Van der Velde, che nel 1988, stretto in una sparuta maglia ciclamino, finì praticamente assiderato nonostante fosse giugno: nevicava forte e c’erano cinque gradi sotto zero. Un eroe degno delle vette del Pamir.

Gioco di società si chiude a tempo di lp con due brani dal sapore introspettivo e amaro: Desistenza e A pagare e morire…

Gli Offlaga Disco Pax hanno davvero una loro voce. Può piacere o non piacere, ma è incontestabilmente la loro, album dopo album. D’altra parte, chi nasce tondo non muore quadrato. E a noi piace così.

laura.albergante

http://www.myword.it