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Nevermind: spirito adolescente

Oh well, whatever, nevermind” …queste parole risuonano ancora nella mia mente. Cupe, impotenti, rabbiose. Come se vivere o morire, vincere o perdere fossero la stessa cosa. Quel biondino dall’aria pallida e profondamente annoiata mi guardava dalla tv dritto dritto negli occhi, quasi cercasse di scuotermi dalla mia infanzia. Ero troppo piccola per capire il significato di Smell Like Teen Spirit; troppo giovane per cogliere l’ironia di Come As You Are, in cui Kurt giurava di non avere un fucile.
Ma quello sguardo disperato era più potente di qualsiasi barriera linguistica, di età o sesso.

Sono passati vent’anni dall’uscita di Nevermind. I Nirvana avevano pubblicato Bleach due anni prima: un disco acerbo, ma con perle da rifinire come About a girl, Love buzz e School. In copertina, una foto di quattro giovani lungocrinuti: Cobain, il fido Krist Novoselic al basso e un altro chitarrista; dietro le pelli sedeva Chad Channing, rimpiazzato nell’album successivo da Dave Grohl, dalla ritmica robusta e sicura. Difficile immaginare l’impatto dirompente che ha avuto il grunge sulla musica rock.
I Nirvana di fine anni Ottanta suonavano come i Led Zeppelin incrociati con i Black Sabbath: erano scuri, grezzi e idrofobi ma anche capaci di inaspettata dolcezza. La risposta più credibile al metal cafone e machista di quel decennio veniva data da una band di Seattle, estremo Nord Ovest degli Stati Uniti, un posto grigio, piovoso, brutale; non certo dalle spiagge assolate della California dagli eterni sorrisi.
Nevermind è l’unico disco generazionale partorito negli ultimi due decenni. Nessun album pubblicato successivamente ha avuto la capacità di abbracciare persone di ogni estrazione sociale. Kurt, ragazzo cristico, biondo come una madonna, fragile e androgino, aveva dato voce all’inesprimibile. Avvolto in una maglia a righe, jeans strappati, camicie di flanella a quadri, si dimenava tarantolato sui palchi di tutto il mondo, colpito da improvvisa notorietà. Il produttore Butch Vig, poi mente dei Garbage, aveva limato i suoni ma non la potenza, le viscere dei Nirvana. La musica colpiva al petto, diretta, sanguigna. Impossibile restare indifferenti di fronte alla portata emotiva di queste dodici canzoni senza pelle. Già la copertina raccontava una storia senza tempo: l’avidità è sempre di moda; restare puri, immacolati, è privilegio di pochi.

Non è difficoltoso trovare echi della rivolta grunge ancora oggi. Il suono letale di quella chitarra maltrattata si è conservato intatto attraverso le mode, gli anni, le morti. Il verbo di Seattle ha contagiato e contagia ancora oggi. I Nirvana hanno saputo leggere lo sbandamento dei ragazzi di tutte le età. Rabbia adolescenziale, buchi emotivi, sofferenza: tutti abbiamo vissuto il nostro Nevermind sulla pelle.
Canzoni dolenti come Polly, Lithium e Drain you hanno il suono perfetto delle emozioni. Ma non si tratta di emozioni cristallizzate: ogni brano pulsa ancora generosamente, immettendo linfa vitale e portando speranza rivoluzionaria nella musica. Generazioni di giovani sono cresciute inchiodando Kurt alle pareti delle proprie stanzette, accanto a Brandon Lee ne Il Corvo, Jim Morrison e Sid Vicious. Non so quanti abbiano compreso l’essere umano Kurt, oltre la leggenda e l’aforisma da diario. Ma forse, come direbbe lui, non importa. Al di là del mito, vorace e pronto a santificare, c’è un album ancora fresco nella sua potenza espressiva. Ogni traccia è un gradino, un passo verso la catarsi; la comunione grunge non smette di esorcizzare i fantasmi, o meglio: li chiama per nome.
E questo non è poco, anche se quel ragazzo ha smesso di urlare la propria impotenza da tanto tempo.

Buon compleanno, Nevermind.

laura.albergante

http://www.ondalternativa.it

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