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Casino Royale … continua a seminare

Sono poche le band in Italia che possono vantare un curriculum come quello dei Casino Royale. Il percorso ultraventennale del gruppo – nato nel 1987 a Milano – ha una spina dorsale solidissima nonostante i ripetuti cambi di formazione, che hanno reso instabile il destino di questa storica formazione. Partiti come band fortemente influenzata dallo ska e dai suoni in levare, i Casino Royale annoverano tra i propri ex membri Giuliano Palma, ora titolare del progetto Bluebeaters, e Bunna, tra i fondatori degli Africa Unite.

Capaci di reinventarsi costantemente, in grado di padroneggiare l’esperanto delle emozioni, i Casino Royale si ripresentano a cinque anni dal loro ultimo album di inediti, Reale, con Io e la mia ombra, un lungo percorso fatto di fuoco e ghiaccio, sentimenti e introspezione lucida. Ossimori che prendono la strada del reggae e del dub, per poi approdare all’elettronica intrisa di oscurità. Spiove luce anche nelle tenebre…

Incontriamo Alioscia, voce e mente dei Casino Royale, in una fresca serata d’estate. Alto e dinoccolato, racconta e si racconta con sincerità quasi disarmante.

Io e la mia ombra è il vostro nuovo album. Puoi dirci come è stato realizzato?

Il disco – completato da pochissimo – ha avuto una gestazione strana. Una parte de Io e la mia ombra è stata concepita in chiave elettronica. La title track è nata diverso tempo fa: doveva essere uno street single in grado di traghettarci oltre Royale Rockers, il nostro progetto reggae. L’abbiamo fatta ascoltare ad amici e discografici che ci hanno detto: «Se fate un pezzo superpop, che può cantare anche vostra nonna, non buttatelo via!» Io e la mia ombra ha due facce, così come tutto l’album: dal punto di vista delle liriche, è una canzone introspettiva, che parla di stati d’animo legati alla depressione; musicalmente invece c’è un netto contrasto tra una base easy e le sonorità digitali. Pur essendo un brano di pop italiano abbiamo cercato di alzare l’asticella della qualità: una caratteristica dei Casino Royale ma anche un atteggiamento che spesso si è rivelato autolesionista. Credo che i tempi siano maturi per fare qualcosa che sia pop ma che abbia dei suoni un po’ particolari.

Qual è la tua ombra, come artista e persona?

Non ho ancora realizzato di essere un artista, non so suonare alcun strumento…l’unica cosa che non mi è mai mancata è l’attitudine al progetto. Non ho particolari doti canore. Prima pensavo di essere nato stonato ma ispirato; ultimamente ho avuto anche momenti di crisi nell’ispirazione dovuti al gap generazionale con quello che solitamente è sempre stato il nostro pubblico, composto in prevalenza da giovani. Io e la mia ombra è la conferma del fatto che non devi essere spocchioso: se parli di cose vere anche apparentemente molto personali – per cui ti chiedi – a chi può interessare, quando può essere condivisibile? Se lo fai con una certa urgenza e non come esercizio di stile puoi tirare fuori dai testi e dalle musiche una certa energia che arriva in modo diretto a chi ti ascolta, per cui una volta ancora ringrazio le mie paure e la mia ombra. Mi sono sempre sentito un po’ insicuro, non ho molto orecchio musicale ma so di avere buon gusto e una buona disposizione nei confronti del gruppo. Trovo che sia una delle cose più importanti.

Mi sembra che i testi dell’album ruotino intorno al tempo e all’alienazione, alla solitudine. Solitudine di massa sembra un ossimoro ma non lo è…

Credo che l’unità di misura del tempo, che è una caratteristica vissuta in maniera personale, ad un certo punto si faccia sentire. Quando sei nelle prime tre decadi della tua vita sei in fase di accelerazione: il mondo è tuo, non vedi l’ora di inseguire il tempo, di raggiungerlo, quasi mangiarlo; dopo i trenta la vita ti porta a tirare una riga e mettere dei punti fermi. Il tempo è qualcosa che ti accompagna, devi dargli una chiave di lettura. Per quanto riguarda la solitudine, che poi diventa di massa in una situazione metropolitana…in città cresci diversamente da come puoi crescere in provincia. In una città come Milano, abitata da tantissime persone trasferite per lavoro, il tessuto sociale è totalmente differente dalla provincia, per cui è facile sentirsi isolati. La famiglia è molto meno presente, così come è meno presente il quartiere; spesso mi sono domandato quanto questo argomento potesse interessare il pubblico e invece ho notato quanto l’appartenere ad un qualcosa di profondo, esprimere la propria depressione o felicità faccia sentire le persone coinvolte.

Il mondo contemporaneo va vissuto. Se sei fortunato riesci ad avere gli strumenti per gestire i tuoi stati emotivi; quello che viene facile è cercare di stare molto bene per poi stare molto male e così via, in un continuo di picchi, alti e bassi. Non è un bene. Se le persone riuscissero a fare più autoanalisi o ad andare in analisi forse saremmo meno preda di queste folate emotive.

In CRX avete descritto Milano come “fratricida”. Cosa è cambiato in questi quattordici anni?

Milano purtroppo ha avuto bisogno di essere annientata e lobotomizzata in questi ultimi vent’anni. Ma se continui a cadere prima o poi ti devi rialzare e risalire. Credo che il modello che abbiamo visto dagli anni Novanta fino ad adesso finirà con lo scomparire pian piano. Pisapia potrebbe rappresentare l’inizio di un vero cambiamento. Spero che in una decina di anni si possa trovare una città più aperta, attenta e tollerante.

Ogni uomo una radio parla della radio come metafora della ricezione e trasmissione di stati emotivi. Qual è secondo te il modo migliore per mettersi in contatto con gli altri?

L’interpretazione del pezzo è corretta. È una canzone un po’ steineriana, nel senso che parla della forma-pensiero. Steiner sostiene che ogni stato emotivo possa creare una forma d’onda, un’energia che vibra a diverse frequenze. Il fatto di soppesarsi, guardarsi dentro vuol dire avere la possibilità di leggere anche gli altri. L’importante è capire che tu ricevi, elabori e ritrasmetti. Sempre.

In Stanco ancora no parlate delle vicissitudini dei Casino Royale, ma anche della voglia di andare avanti dopo ventiquattro anni di carriera. Cosa vi spinge a continuare dopo l’abbandono di Giuliano Palma, che ha portato il gruppo sull’orlo dello scioglimento? Quale sarà la direzione musicale alla quale vi dedicherete dopo questo album?

La dipartita di Giuliano è stata abbastanza traumatica perché ha interrotto un meccanismo che stava funzionando a pieno regime; con il passare del tempo abbiamo giustificato il tutto. Abbiamo fatto delle scelte artistiche radicalmente diverse: ognuno si è manifestato per quello che era e voleva essere. Per quanto riguarda la direzione musicale, penso che questo tour sarà dedicato a sviscerare alcune sonorità che nel disco sono un po’ nascoste dalla forma-canzone. I suoni più groove, legati alla dance, che nell’album sono in secondo piano – visto che abbiamo deciso di fare canzoni vere e proprie – saranno molto più evidenti nei live.

Probabilmente dopo Io e la mia ombra ci dedicheremo al secondo volume di Royale Rockers, un altro disco reggae, con sonorità più digitali magari anche vicine all’hip hop.

Stanchi? Io direi proprio di no anche perché questo lavoro ci piace molto, malgrado i tanti problemi. Siamo dei privilegiati, ci fa sentire vivi, ci dà l’opportunità di condividere i nostri pensieri, il che è già una forma di analisi. Andremo avanti perché il nostro “non successo” ci tiene in forma. Ogni volta è come se fossimo dei debuttanti e, per quello che è lo scenario italiano, non sfiguriamo!

Pubblicato su Nella Nebbia, ottobre 2011

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Davide Toffolo e gli Allegri Ragazzi Morti: luce a nordest

Davide Toffolo? Classico esempio di poliedricità artistica. Cantante, chitarrista, fumettista: tre anime che convivono con grande passione e sincerità. Ha fondato nel 1994 i Tre Allegri Ragazzi Morti, con i quali ha sviscerato l’adolescenza tuttotondo di migliaia di persone in crescita, intrappolate nella famosa zona d’ombra da cui molti non sono usciti, appunto, vivi. Nati a Pordenone, in quel nordest operoso, preciso e freddo di vento, poco abituato a dar notizia di sé ma intimamente ribollente, caldo di idee e di energie sommerse come il Carso. Una band illuminata di luce brutale ma schietta, faro puntato in faccia alle abitudini, i vizi, la quotidianità di chi si sente ai margini della società, di se stesso, di chi vive in sprezzo alle convinzioni. Davide Toffolo, sempre in bilico tra fumetto e musica, ha raccontato le mille vite perdute e le speranze, le lotte di tante persone, appena un po’ più bidimensionali, ma che soffrono, piangono, godono. Come noi. Raggiungo Davide al telefono dopo una piccola odissea fatta di appuntamenti desiderati, mancati, rimandati. Finalmente sento la sua voce! È serena, lievemente scossa da un accento friulano, che la rende così particolare, semplice e sincera allo stesso momento. Iniziamo subito a parlare dell’ultimo disco dei Tre Allegri Ragazzi Morti, uscito in marzo, intitolato Primitivi del futuro.

Primitivi del futuro ha un sound molto diverso rispetto ai dischi precedenti. Avete abbandonato il punk, fil rouge della vostra carriera, in favore del reggae e del dub: come mai questo cambio di prospettiva?

Non è stata una scelta ben definita anche se, fin dall’inizio, abbiamo cercato una lingua diversa, che si discostasse da quella che abbiamo sempre utilizzato. Quando si è trattato di fare il disco abbiamo scelto il produttore Paolo Baldini (Africa Unite, nda), che ha fatto crescere l’ipotesi di poter andare in una direzione completamente reggae. Di base c’era la volontà di parlare una lingua differente, perché la realtà che abbiamo intorno è diversa da quella che ci circondava quando abbiamo iniziato a suonare. Il rock, in fondo, è stato un po’ “mangiato” dalla televisione e dalle difficoltà nel comunicare.

Nuovi personaggi irrompono nella realtà descritta dal disco: alcuni di essi raccontano un mondo crudele, avaro di affetti e solitario. L’abbandono del “mondo naif” non è indolore ma permette di avvicinare la narrazione a ciò che viviamo quotidianamente. Secondo me è il disco della “maturità” in tutti i sensi: i testi non sono più legati al mondo adolescenziale ma si aprono ai trentenni, come se il passaggio all’età adulta si fosse ormai compiuto.

I Tre Allegri Ragazzi Morti, per mia precisa volontà, non si sono mai dedicati ad una scrittura per ragazzini, ma ad una scrittura sull’adolescenza. Il mondo che raccontiamo in questo album è sicuramente più vicino a noi, ma rimane una visione in qualche modo fantastica o “di ricostruzione”, perché il mio modo di scrivere ha più a che fare con il disegno che con la descrizione di quello che vedo intorno a me. E’ indubbio che questo disco includa sia nuovi personaggi sia un nuovo tipo di musica per noi. Ma io non lo vedo come un album di “rottura”, visto in prospettiva rispetto al passato: per me è da inserire in un percorso di continuità. Quando mi dicono “è il disco della maturità” mi prendo un po’ paura!

Cosa rappresenta per te l’adolescenza? Per quali motivi ti affascina?

Per me è sempre stato il momento di passaggio, quel momento in cui una persona decide cosa diventerà, perciò credo rimanga una chiave per capire ciò che siamo. E’ il periodo in cui io ho trovato la mia forma e un luogo molto fertile per scrivere. Ho scritto dei fumetti, delle canzoni che hanno a che fare con l’adolescenza. Ne ho parlato così tanto in questi anni che non riesco più ad occuparmene, almeno nelle interviste! (ride, nda)

Mio fratellino ha scoperto il rock’n’roll era una vostra canzone di qualche anno fa: cosa significa rock’n’roll e che ruolo riveste la musica rock per te?

Il rock’n’roll per me è sempre stato sinonimo di alterità. Se la musica italiana è sempre stata la musica leggera, il rock’n’roll è sempre stato un linguaggio altro. Infatti, i Ragazzi Morti scrivono delle canzoni facilissime, chiaramente non stupide ma costruite su una modalità che ricalca quella della musica popolare, non italiana ma americana, e questo costituisce ancora oggi, per molti, una sorta di “infrazione” nei confronti della tradizione nazionale. Il rock’n’roll è stato anche la musica di mio padre ed è stata per molto tempo l’idea di una scoperta, anche un po’ naif, della propria diversità e della propria essenza: per questo io lo sento vicino all’adolescenza.

State girando l’Italia in tour: come è stato accolto il nuovo disco?

Molto bene! Nelle prime date, in particolare, come avviene sempre quando presenti un disco nuovo, avverti una grande attenzione e allo stesso tempo devi convincere le persone che hai davanti. Questa volta la sfida è stata doppia, perché questa diversità nel sound ci ha costretti ad avere un atteggiamento, anche fisico, molto differente da quello che avevamo in precedenza, cosa che ci ha fatti praticamente ripartire da zero: ecco spiegata l’energia fortissima che sentiamo!

Parliamo del tuo lavoro come fumettista. Senti più tua la musica o il fumetto? Quale delle due forme espressive è più connaturata al tuo modo d’essere?

In questa cosa sono “doppio”: non riesco a scegliere, e non ho ancora scelto, tra i fumetti e la musica. Ti devo confessare che la quantità di lavoro che ho fatto in campo musicale, negli ultimi tre-quattro anni, ha rallentato molto la mia attività in ambito fumettistico. In questi giorni sto mettendo a posto una serie di appunti che potrebbe confluire in un libro nuovo. E’ difficilissimo scegliere tra le due opzioni. Quando mi sento sotto pressione con una delle due forme artistiche, tendo a rifugiarmi nell’altra: funziona sempre.

Hai frequentato la scuola di fumetto di Andrea Pazienza, a Bologna: che ricordi hai di questa esperienza?

È stata l’esperienza più formativa della mia vita, durata solo un anno, certo, ma molto intensa. Avevo circa diciannove anni…per la prima volta ho incontrato delle persone, degli artisti, che avevano un amore così grande e profondo per quello che facevano al punto da rimanere dentro di me anche ora: è una forza che io ho voluto emulare in tutta la mia vita.

Quali sono le tue fonti di ispirazione sia per la musica sia per il fumetto?

Ho letto moltissimi fumetti e ho ascoltato altrettanta musica. Non so se sono gli altri fumetti a fornirmi l’ispirazione per le mie tavole, anche se di solito funziona così: si cerca di riprodurre qualche sensazione, qualche emozione che si è vissuto in passato, e questo è il motore di ciò che ogni artista fa. In questo momento sto lavorando ad un libro che è una sorta di biografia a fumetti di un grande disegnatore italiano: Roberto Raviola in arte Magnus, l’inventore di Alan Ford. Questo mi permette di mettermi in comunicazione costante con il lavoro di un altro disegnatore. Magnus è sicuramente fonte di ispirazione per le mie opere, ma non è l’unico. Cito anche David Bee e Gipi, che spesso rileggo per trovare una forma adatta al mio lavoro.

Nel 2002 hai pubblicato un libro, Intervista a Pasolini. Siete entrambi friulani. Puoi farci una riflessione sulla figura di questo grande intellettuale italiano?

Uno dei punti chiave del libro sta nella figura di Pasolini come scrittore che mette in gioco la propria vita. Chiaramente anche l’aspetto “territoriale” ha avuto un ruolo importante. Pasolini per me ha svolto la funzione di specchio: ho cercato di capire, nelle sue parole, quello che poteva servire anche a me. Una sorta di confronto tra artisti.

È uscito nel 2009 il terzo e ultimo atto dei Cinque Allegri Ragazzi Morti. Cosa ci racconti di quest’opera?

È la raccolta completa delle storie che ho scritto sui ragazzi morti: le ho iniziate idealmente nel 1994, anche se la maggior parte del lavoro è stato fatto tra il 1999 e il 2001, il periodo in cui ho disegnato più di cinquecento tavole a fumetti divise in nove storie. L’ultima invece è stata pensata assieme alle altre ma è stata disegnata poco prima che venisse pubblicata, cioè l’anno scorso. È il corpo principale dei fumetti sui ragazzi morti e sono felice che per la prima volta ci sia un luogo in cui trovare tutte le storie relative a loro, insieme ai dischi, visto che si possono trovare in allegato alcune raccolte di nostri brani. Sono orgoglioso del lavoro realizzato con gli Allegri Ragazzi Morti: è un lavoro complesso, articolato, che ha poco a che fare con la maniera tradizionale di mettere in moto la musica.

Un saluto ai nostri lettori.

Il nostro saluto tipico era “bacini & rock’n’roll”, visto che ora abbiamo due lingue vi saluto con bacini &reggae&roll! Chi verrà ai nostri concerti avrà un po’ di reggae e un po’ di rock’n’roll, ma soprattutto avrà noi.

laura.albergante

Pubblicato in Nella Nebbia n. 26, luglio 2010