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Archivi tag: Eugenio Finardi

Demetrio Stratos & Area: trent’anni senza il Maestro della voce

Intervista a Patrizio Fariselli

14 giugno 1979. Sessantamila persone commosse si radunano all’Arena Civica di Milano, orfane di una delle più grandi voci contemporanee. Il concerto, organizzato allo scopo di raccogliere fondi per curare la grave malattia di Demetrio, si trasforma in un enorme tributo in suo onore. A quell’evento partecipano artisti di tutte le “estrazioni sociali musicali”: ci sono i cantautori Venditti, Finardi, Guccini, Vecchioni; gli Skiantos, incontenibili progenitori della demenzialità nel rock; i bluesmen Roberto Ciotti e Fabio Treves; le vecchie leve del progressive rock italiano come il Banco del mutuo soccorso. Gli stessi Area, il gruppo in cui Demetrio aveva militato per un lustro abbondante, suonano uno dei brani del repertorio più impegnato, una loro libera interpretazione de L’internazionale.
Ma chi era Demetrio Stratos? A trent’anni esatti dalla scomparsa, crediamo sia giusto celebrarne il ricordo. Patrizio Fariselli, che, come ama dire, fu “con gli Area dalla prima all’ultima nota che questo gruppo emise”, ci aiuta a rievocare Demetrio, il gruppo e quel periodo storico così infuocato sullo sfondo: gli anni Settanta.

Cos’è rimasto di Demetrio dal punto di vista artistico?
Direi poco, dal mio punto di vista. C’è poca curiosità nell’andare a sondare i limiti del proprio strumento, in questo caso la voce, o degli strumenti musicali in genere; vedo da parte dei giovani musicisti un accontentarsi di ciò che si sa fare, in una sorta di autocompiacimento del dilettantismo. Il messaggio di Stratos, invece, è quello di andare a cercare i limiti del proprio strumento, spinti dalla curiosità e dall’amore per la musica. Nel suo caso, la sua ricerca sulla voce colpisce molto perché è qualcosa che tutti noi ci portiamo dietro. Oltre alla grande caposcuola Cathy Berberian, Stratos fu uno dei primi ad affrontare la materia con la sua conoscenza e le sue capacità. Lui, infatti, cominciò sviluppando la partitura dei Mesostic di Cage, rappresentazioni grafiche di parole completamente svuotate del loro significato simbolico, interpretate dal punto di vista sonoro con la massima creatività e libertà.

Quali sono gli stimoli che portarono Stratos alla ricerca vocale?
È stato un percorso in divenire che Stratos intraprese spronato dal desiderio di saperne di più e dalla ricerca che si faceva all’interno del gruppo Area. Ognuno di noi cercava di far confluire gli studi individuali nel collettivo, dato che il gruppo era molto esigente con i propri componenti. Stratos ribaltò la situazione iniziale, nella quale aveva una certa difficoltà ad adattarsi, poiché il gruppo aveva una forte vocazione strumentale. Non avevamo la minima intenzione di fare canzoni: per un cantante era una condizione dura. Ciò che gli servì fu ragionare da musicista, da pianista: cominciò ad affrontare la propria vocalità da musicista puro e da compositore. Il percorso sulla ricerca vocale fu eclatante. Prima studiò le musiche etniche, le origini balcaniche, la vocalità mediorientale, per poi approdare all’estremo Oriente con le tecniche mongole, che furono la scoperta deflagrante.

Area come International POPular group. È un’idea ancora valida?
L’idea nacque dal fatto che la formazione di Area era un “casino” internazionale. Il progetto germogliò spontaneamente: a parte me e Capiozzo, due romagnoli, e il bassista Tavolazzi, di Ferrara, il primo bassista, Patrick Djivas, era di nazionalità francese; il chitarrista Lambizzi era italo-ungherese, Stratos era nato ad Alessandria d’Egitto da genitori di origine greca. Il riferimento era anche a una visione internazionale delle problematiche sociali. L’allusione all’internazionalismo proletario non era certo secondaria. Oggi parlare di internazionalità è scontato.

Quale fu il ruolo della avanguardie artistiche, per quanto riguarda Area?
Fece parte di un interesse per la contemporaneità che esplose in quel periodo. Per noi, ragazzi di vent’anni, venire a contatto con personaggi come Walter Marchetti, Juan Hidalgo, Gian Emilio Simonetti, fu importante, e ancora più importante e grande fu il piacere di introdurre nel proprio tessuto compositivo degli elementi che appartenevano alle cosiddette avanguardie storiche. C’era la massima attenzione per quanto succedeva nelle arti contemporanee, il che includeva le performance e l’attività del gruppo Fluxus, apertamente neo dadaista. Qualcosa di questi interessi si è riversato nella nostra produzione, soprattutto nelle azioni che si svolgevano durante i concerti. Brani come Lobotomia, pensato per indurre il dolore fisico, avevano un tipo di ritualità esecutiva molto aggressiva; altri gesti, come mangiare una mela al microfono durante La mela di Odessa, atti silenziosi come legare al buio il palco con un filo di lana oppure gettarsi in mezzo al pubblico con dei cavi legati ai sintetizzatori, erano un insieme di azioni che completavano la comunicazione che avveniva sostanzialmente attraverso la musica, i testi, l’immagine e la gestualità. “Che succeda qualcosa di interessante” era il nostro obiettivo. L’attenzione per musicisti come Cage pose fine anche alla ricerca dell’originalità a tutti i costi di certe avanguardie, diventate velocemente obsolete. Trovo più stimolante cercare dei valori trasversali, indipendentemente dall’aspetto formale della musica, andando a fondo dell’esperienza umana.

A proposito dei testi: perché ve li scriveva Gianni Sassi?
Gianni Sassi faceva parte del gruppo di lavoro Area, pur non suonando con noi. Si inventò discografico per seguire il collettivo, fondando l’etichetta Cramps. Scriveva lui i testi sotto lo pseudonimo Frankenstein solo perché non li avrebbe scritti nessun altro! Portò all’interno del gruppo la sua conoscenza: con i suoi dieci anni in più di noi, introdusse un rigore metodologico nell’elaborazione dei concetti e compensò la fortissima spinta che avevamo verso il suono puro. La sua presenza bilanciò questa tensione al punto da far sì che Area diventasse un progetto a tutto tondo. Non c’erano ideologi all’interno del gruppo perché, già allora, tra di noi si consideravano le ideologie obsolete come strumento di analisi della realtà, in quanto fisse ai loro parametri. La nostra posizione verso le ideologie e la politica è sempre stata critica. Gianni Sassi fece anche un lavoro grafico enorme sulle nostre copertine. Ci aiutò a non chiuderci in cliché, a non ghettizzarci.

Sono reperibili alcuni vostri filmati RAI e uno straordinario documentario sull’attività di ricerca vocale di Stratos. C’era una diversa attenzione da parte dei mezzi di comunicazione verso la musica “d’avanguardia”?
In realtà la RAI non ha mai offerto grande spazio alla nostra musica, e quando ci chiesero di apparire in video ci volevano far suonare in playback, cosa che per noi è inimmaginabile! La tv svizzera, invece, ci permise di suonare dal vivo. La radio, più aperta da questo punto di vista, ci dedicava qualche spazio in più. All’epoca era possibile proporsi come musica d’arte usando il mercato per veicolarsi, cosa che col tempo è diventata sempre meno trasparente. L’arte, in ogni caso, non è libera dal mercato, ieri come oggi.

Demetrio Stratos. Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano.

Pubblicato in Nella Nebbia n. 15, luglio/agosto 2009

laura.albergante

Roberto Cappella: un gitano innamorato di pittura e musica

A volte accade che la creatività non riesca ad incanalarsi in una sola forma d’arte ma ricerchi più vie per esprimersi compiutamente. È il caso di Roberto Cappella, cantautore e pittore, nato a Vercelli nel 1982. Occhi scuri, profondi e sinceri, da gitano, riesce a coinvolgerti quando parla della propria vita. Roberto è un’affascinante contraddizione: c’è uno stacco netto tra i ricordi legati alla terra d’origine ed il suo spirito indipendente, vagabondo, e tensione ideale tra espressione artistica visiva e musicale. Lo incontriamo in un grigio e freddo pomeriggio di metà gennaio. Ecco l’intervista.

Roberto Cappella nasce come pittore o musicista?
Direi che nasce come pittore. Studio pittura dall’età di dieci anni. Il mio interesse è nato come un gioco: avevano notato in me una predisposizione e mi hanno invogliato ad intraprendere questi studi. I miei primi ricordi, tuttavia, sono di musica, e risalgono a quando avevo circa un anno.

Qual è la forma artistico-espressiva che senti come vera vocazione?
Senza dubbio la musica. Ho un padre musicista alla Scala, è stato facile per me “nascere” in un ambiente come quello musicale.

Tuo padre ti ha in qualche modo indirizzato verso il mondo della musica o è qualcosa che ti appartiene intrinsecamente?
È una sorta di insegnamento diretto. Sono il figlio “di mezzo”: mio padre ha cercato di indirizzare in maniera netta sia mio fratello che mia sorella. Entrati nell’adolescenza, hanno abbandonato questi studi proprio perché sentivano di non avere una vera vocazione. Con me, invece, ha deciso di non ripetere l’ “errore” e, paradossalmente, sono l’unico che lo ha seguito in maniera concreta.

Vieni definito “cantautore”. Che significato ha per te questa parola, soprattutto alla luce della storia della musica? Senti una sorta di ideale continuità con i “cantautori tradizionali” (De Andrè, Guccini, Finardi…) o te ne differenzi?
“Cantautore” per me è solo una parola utilizzata per cercare di definirmi. Ora vengono chiamati cantautori anche alcune persone, che, sostanzialmente, hanno ben poca poesia rispetto a quelli del passato. È una parola per me molto nobile. Ma è anche un termine che mi riguarda da poco: è solo da un paio d’anni che mi presento come solista. I “cantautori tradizionali” mi forniscono comunque una base di ispirazione notevole: amo in particolare De Andrè e ho la fortuna e il privilegio di avere con me il suo bassista Pier Michelatti nelle registrazioni del mio primo album.

Sei appassionato di Mozart, Debussy, Rachmaninoff. Qual è il ruolo della musica classica per te, come musicista e cantante?
Diciamo che è più una passione che uno studio vero. Vivendo in un ambiente permeato dalla musica classica non ho potuto non interessarmene: ha una grandissima influenza sul mio modo di comporre i brani. Questo risalta soprattutto nelle partiture per gli archi e nella voce, che adopero nella sua accezione anche quasi lirica, soprattutto nel cantare le note lunghe.

Hai finito di registrare il tuo primo disco, in collaborazione con prestigiosi nomi della musica italiana. Parlacene.
Prima di tutto vorrei ringraziare il mio produttore, Bruno Tibaldi, che ha creduto in me e che ha prodotto il mio primo singolo, Braccia aperte, per Studio Lead. Il video che accompagna la canzone è stato girato in Croazia da Sinesolecinema. Una bellissima esperienza. Il cd si intitola provvisoriamente 22.21 e nasce sulla scia di una serie di coincidenze. Ogni sera, per mesi e mesi, mi sono accorto che guardavo l’orologio sempre a quella strana ora. Poi vi sono state un insieme di “coincidenze”, che mi hanno portato ad incidere l’album e a firmare il contratto discografico. I musicisti sono tutti della zona: il batterista di Cristiano De Andrè, Gigi Biolcati, è di Tronzana, Pier Michelatti abita nei paraggi, lo studio di registrazione è di un amico di Vercelli che avevo perso di vista e che ho ritrovato con molto piacere. Il suono dell’album è molto raffinato e in parte diverso dai provini che si possono ascoltare su myspace. È un disco totalmente acustico, composto da undici brani, ognuno del quale ha una particolare caratteristica stilistica. Il Messico, la Spagna, la musica gitana e gli zingari, il pop vengono toccati di canzone in canzone e legati dalla mia voce, che rende coerente il tutto. Gli archi e la fisarmonica fanno da filo conduttore dell’album.
Jeff Buckley è una fonte di ispirazione e stimolo soprattutto per quanto riguarda la vocalità. È un disco che parla di incontri, rimpianti: vorrei che le persone potessero ritrovarsi in esso, ognuna con le sue emozioni, sensazioni.

Ti sei diplomato al liceo artistico. Curi mostre pittoriche personali e musichi incontri di poesia. Che rapporto ha la tua musica con le arti figurative e letterarie?
C’è un forte rapporto tra la mia musica e le arti figurative. Il mio passato di studi artistici mi ha aiutato anche nella stesura dei testi. In essi parlo spesso della ricerca dell’immagine perfetta, dell’odore che hanno i colori utilizzati per dipingere, della loro valenza. Ho curato due mostre pittoriche: Tempo sul tempo e Curami bianco. Quest’ultima, in particolare, ha forti richiami alla musica, anche se non me ne ero subito accorto: il bianco, infatti, è come il silenzio, la pausa in musica. La maggior parte dei miei dipinti è stata ispirata da strumenti musicali.

Parlaci della tua esperienza come compositore della colonna sonora di La terra nel sangue, diretto da Giovanni Ziberna.
È stata un’esperienza meravigliosa, che mi ha permesso di conoscere persone di grande acume ed energia, con molta voglia di fare e di creare. Ho trovato le condizioni ottimali per sperimentare. Ho scritto la colonna sonora “a distanza”: in quel periodo vivevo a Roma e mi chiamavano per descrivermi le scene del film. Io in seguito registravo le musiche, che venivano mandate sul set, a Gorizia. È stato magico perché i miei brani si sono incastrati perfettamente alle immagini, pur non avendole ancora viste. Una sorta di empatia fortissima. Essendo una produzione indipendente, ho avuto molta libertà di scelta nel processo di composizione strettamente musicale.

In novembre ti sei esibito al MEI d’autore a Faenza. Che impressioni hai avuto?
Enrico Deregibus, giornalista che collabora anche con il Premio Tenco,  mi ha invitato al MEI per una performance live. Mi sono trovato benissimo e in ottima compagnia artistica. È stato molto stimolante.

Hai anche studiato l’uso della voce umana, strumento utilizzato quotidianamente per parlare, cantare, eppure spesso sottovalutato.
In passato tendevo a sperimentare molto di più dal punto di vista vocale. Ora sento il bisogno di togliere il superfluo. Sto cercando di raffinarmi sempre di più, di rendere la voce uno strumento più puro, emozionale, dato che trasmettere emozioni è per me una delle cose più importanti.
Ritengo che sia inutile essere dei virtuosi per trasmettere qualcosa: ciò che conta è arrivare al cuore delle persone.

Pubblicato in Nella Nebbia n. 11, marzo 2009

laura.albergante