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Alda Merini: fiore di poesia, fiori di follia

Sono nata il ventuno a primavera/ ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle/ potesse scatenare tempesta

E tempesta fu, sicuramente. In questa famosa poesia di Alda Merini c’è tutta la sua vita, la disperazione, il vitalismo, la pazzia. Sembra incredibile che la poetessa – precoce come Rimbaud ma capace di conservare la lucidità sbalordita della sopravvissuta – ci abbia lasciati a poca distanza di tempo da un’altra grande della nostra letteratura, Fernanda Pivano. Ma se i percorsi sono stati radicalmente diversi, è simile la passione, l’amore che le animava. Fernanda era una signora borghese, una donna innamorata dell’America vasta e rivoluzionaria degli amici beat, della controcultura, degli “ultimi”. Alda invece ha fatto parte degli “ultimi”, vivendo della propria ispirazione, covando la follia al punto da farne una musa dagli occhi di fuoco.
Alda era una reduce. Aveva affrontato la sua guerra nel manicomio, senza tempo né misure con cui confrontarsi. L’esistenza di una donna fragile, che aveva trovato nella tragica esperienza la forza di scegliere, nonostante tutto, la vita. Un angelo dalle lenzuola pulite, come diceva Anne Sexton, anche lei segnata dallo stesso trauma. Ma che, a differenza della Merini, finì per farsi sconfiggere dai demoni, andando incontro alla morte nel suo vestito migliore. Un destino condiviso da un’altra donna talentuosa, Sylvia Plath, che con La campana di vetro aveva squarciato di prepotenza il velo sulla malattia mentale.
Alda Merini era nata a Milano il 21 marzo del 1931. È morta il giorno di Ognissanti, nel suo letto d’ospedale. Accompagnata dalle adorate sigarette, incurante dei divieti di fumo.
Una vita randagia, spesa tra esaurimenti nervosi, ricoveri, elettrochoc, quattro figlie, due mariti. E tanti amanti, molti famosi. Manganelli e Quasimodo erano state due figure imprescindibili. Del primo diceva: «Fu il mio primo amore, fu grande amore. Era timidissimo, cincischiava, arzigogolava per paura di amare. Oh, non era un conquistatore! Io, ogni tanto, gli davo qualche sberla…»
Ma è stata la vita a schiaffeggiare lei. La sua storia con Manganelli, uno dei nostri scrittori più lunari, segnò anche il primo ricovero in ospedale psichiatrico. Poi ci fu la liason con Salvatore Quasimodo, al quale dedicò alcune belle poesie erotiche. Vennero i mariti, le figlie, altri ricoveri. E vent’anni di silenzio poetico, sprangata all’interno di una cella dalle sbarre invisibili: quelle dell’emarginazione.
Aveva esordito a soli sedici anni. A ventidue pubblicò la prima raccolta di versi, La presenza di Orfeo. Un talento acerbo, ancora grezzo rispetto alla grandezza del metro libero con cui avrebbe scritto tante poesie, scolpite letteralmente nella sua carne ancor prima che scritte sulla carta. Versi che avrebbe dedicato ad amici, dottori, amori infelici, e anche a se stessa.
La poetessa dei Navigli era rientrata tra i “vivi” agli inizi degli anni Ottanta, dopo aver soggiornato per quasi un decennio nelle strutture psichiatriche. Nel 1984 venne dato alle stampe La terra santa, opera che racconta la sua drammatica esperienza. Due anni dopo fu la volta di L’altra verità. Diario di una diversa, una sorta di autobiografia lucidissima, sfrontata, liberatoria.
Negli anni Novanta Alda pubblicò molti volumi di poesia, aforismi, piccoli poemi in prosa. La forte carica sessuale della sua poetica, mai persa con l’avanzare dell’età, è stata via via affiancata da un afflato religioso autentico, tanto carnale quanto sentito nel profondo.
Negli ultimi anni della sua vita la Merini fu spesso ospite di programmi televisivi: si ricordano le sue apparizioni al Maurizio Costanzo Show e al Chiambretti Night. La tv aveva fatto di lei un’icona mediatica in grado di superare le barriere dell’indifferenza. Il mezzo televisivo le aveva consentito di esprimere un personaggio – se stessa – in grado di coincidere quasi perfettamente con l’idea che in genere la gente ha del poeta: bizzarro, geniale, estroso e fuori dalle norme, provocatorio, sfortunato e maledetto.
La Merini è una di quelle poetesse in grado di scavare nell’anima di ognuno di noi, per regalargli un attimo di respiro, un bagliore di eternità. La sua morte è dolorosa, come dolorosa e travagliata è stata la sua esistenza. Ci auguriamo che l’attenzione suscitata dalla Merini “personaggio televisivo”  dia visibilità non solo alle sue opere ma che possa dare ancora una volta lustro alla poesia contemporanea spostandola dalla periferia al centro del circuito culturale. Lei, comunque vada, si è guadagnata un grande pezzo del nostro cuore. E non ne uscirà mai più.

laura.albergante

Lamento per la morte di Fernanda Pivano

Apro Viaggio americano. Mi fermo a leggere. Sulla seconda pagina c’è una sua dedica. C’è scritto: “cara Laura, grazie per la tua amicizia, che ricambio. Sii sempre felice. Pace e amore.”
Ecco, Fernanda era così. Una donna entusiasta della vita, colta, aperta al prossimo, non piegata né abbrutita dal peso dell’età. Un cuore sorridente. Quel giorno mi aveva accolta con calore e serenità. Non lo dimenticherò mai.
Fernanda era nata a Genova il 18 luglio 1917. Durante l’adolescenza si era trasferita a Torino dove frequentò il liceo classico Massimo d’Azeglio. Nel 1941 si laureò con una tesi in letteratura americana su Moby Dick, capolavoro di Herman Melville, premiata anche dal Centro Studi Americani di Roma. Non è solo che l’inizio di una storia d’amore, quella tra lei e l’America, che caratterizzerà tutta la sua vita: una passione intensa, bruciante come solo certi amori di letteratura e di ideale sanno essere.
Nel 1943 Fernanda pubblicò la prima traduzione dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Un libro straziante, che nelle sue pieghe trovava luce per ogni tipo di umanità e abiezione. Ricordo le lunghe ore a sbirciare quel libro di nascosto da sotto il banco, negli anni della mia adolescenza, sentendo Fernanda farsi viva, rendere carne quelle poesie scritte in inglese, guardarmi negli occhi, ammiccare.
La Nanda borghese, la “signora”, che forse proprio per questo amava così intensamente i suoi scrittori americani, amica di Cesare Pavese, Vittorini e Hemingway. La studiosa osteggiata dal regime fascista, che vietava l’importazione dei film e della letteratura statunitense. Addio alle armi le era costato l’arresto, durante l’occupazione nazista di Torino. Amante della musica, fu vicina a De Andrè, ai cantautori, a Dylan.
Tra i suoi lavori di traduzione figurano Tenera è la notte, Belli e dannati, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, scrittore – mito che finì in disgrazia, accecato dal proprio talento autodistruttivo.
Negli anni Cin    quanta e Sessanta Fernanda portò in Italia le opera della beat generation, la “generazione battuta, sconfitta”: libri che aprivano le menti, lasciando intravedere scorci di paesaggi, libertà mai viste. Sulla strada di Kerouac e Jukebox all’idrogeno di Ginsberg erano i nuovi testi sacri di una letteratura che si rinnovava, ardente come una fiamma ossidrica. Nel 1972 venne pubblicato Blues ballate e canzoni, una raccolta di testi e traduzioni italiane delle canzoni di Bob Dylan. Nello stesso anno Beat Hippie Yippie diede agli italiani la possibilità di guardare, attraverso occhi particolarmente lucidi, la cultura e la controcultura americana.
Scrisse una biografia di Hemingway, che diede alle stampe nel 1985. Tanti amici se ne erano già andati: Kerouac, Fitzgerald, Pavese, Lee Masters, lo stesso Hemingway. Ma Fernanda non si è mai persa d’animo e ha continuato a farci conoscere l’America, la sua America, quella sconfinata pianura pacifista, libera e autentica. Quella rivoluzionaria delle Black Panthers, di Norman Mailer e Martin Luther King.

Farewell Nanda. Non sarà la morte a portarti via da noi.

Pubblicato in Nella Nebbia n. 16, settembre 2009

laura.albergante