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Nuova foto nella sezione Musica

Nuova foto nella sezione Musica

Ho avuto l’onore di assistere a un bellissimo concerto di Stefano Edda Rampoldi a Radio Popolare e ho aggiunto una foto della serata alla galleria della sezione musica. Uno scatto intenso, un bianco e nero che colpisce dritto in faccia come i testi dell’ultimo album di Edda, “Stavolta come mi ammazzerai?”

Spero di riuscire a dedicarmi un po’ di più al blog nelle prossime settimane.

Laura

Casino Royale … continua a seminare

Sono poche le band in Italia che possono vantare un curriculum come quello dei Casino Royale. Il percorso ultraventennale del gruppo – nato nel 1987 a Milano – ha una spina dorsale solidissima nonostante i ripetuti cambi di formazione, che hanno reso instabile il destino di questa storica formazione. Partiti come band fortemente influenzata dallo ska e dai suoni in levare, i Casino Royale annoverano tra i propri ex membri Giuliano Palma, ora titolare del progetto Bluebeaters, e Bunna, tra i fondatori degli Africa Unite.

Capaci di reinventarsi costantemente, in grado di padroneggiare l’esperanto delle emozioni, i Casino Royale si ripresentano a cinque anni dal loro ultimo album di inediti, Reale, con Io e la mia ombra, un lungo percorso fatto di fuoco e ghiaccio, sentimenti e introspezione lucida. Ossimori che prendono la strada del reggae e del dub, per poi approdare all’elettronica intrisa di oscurità. Spiove luce anche nelle tenebre…

Incontriamo Alioscia, voce e mente dei Casino Royale, in una fresca serata d’estate. Alto e dinoccolato, racconta e si racconta con sincerità quasi disarmante.

Io e la mia ombra è il vostro nuovo album. Puoi dirci come è stato realizzato?

Il disco – completato da pochissimo – ha avuto una gestazione strana. Una parte de Io e la mia ombra è stata concepita in chiave elettronica. La title track è nata diverso tempo fa: doveva essere uno street single in grado di traghettarci oltre Royale Rockers, il nostro progetto reggae. L’abbiamo fatta ascoltare ad amici e discografici che ci hanno detto: «Se fate un pezzo superpop, che può cantare anche vostra nonna, non buttatelo via!» Io e la mia ombra ha due facce, così come tutto l’album: dal punto di vista delle liriche, è una canzone introspettiva, che parla di stati d’animo legati alla depressione; musicalmente invece c’è un netto contrasto tra una base easy e le sonorità digitali. Pur essendo un brano di pop italiano abbiamo cercato di alzare l’asticella della qualità: una caratteristica dei Casino Royale ma anche un atteggiamento che spesso si è rivelato autolesionista. Credo che i tempi siano maturi per fare qualcosa che sia pop ma che abbia dei suoni un po’ particolari.

Qual è la tua ombra, come artista e persona?

Non ho ancora realizzato di essere un artista, non so suonare alcun strumento…l’unica cosa che non mi è mai mancata è l’attitudine al progetto. Non ho particolari doti canore. Prima pensavo di essere nato stonato ma ispirato; ultimamente ho avuto anche momenti di crisi nell’ispirazione dovuti al gap generazionale con quello che solitamente è sempre stato il nostro pubblico, composto in prevalenza da giovani. Io e la mia ombra è la conferma del fatto che non devi essere spocchioso: se parli di cose vere anche apparentemente molto personali – per cui ti chiedi – a chi può interessare, quando può essere condivisibile? Se lo fai con una certa urgenza e non come esercizio di stile puoi tirare fuori dai testi e dalle musiche una certa energia che arriva in modo diretto a chi ti ascolta, per cui una volta ancora ringrazio le mie paure e la mia ombra. Mi sono sempre sentito un po’ insicuro, non ho molto orecchio musicale ma so di avere buon gusto e una buona disposizione nei confronti del gruppo. Trovo che sia una delle cose più importanti.

Mi sembra che i testi dell’album ruotino intorno al tempo e all’alienazione, alla solitudine. Solitudine di massa sembra un ossimoro ma non lo è…

Credo che l’unità di misura del tempo, che è una caratteristica vissuta in maniera personale, ad un certo punto si faccia sentire. Quando sei nelle prime tre decadi della tua vita sei in fase di accelerazione: il mondo è tuo, non vedi l’ora di inseguire il tempo, di raggiungerlo, quasi mangiarlo; dopo i trenta la vita ti porta a tirare una riga e mettere dei punti fermi. Il tempo è qualcosa che ti accompagna, devi dargli una chiave di lettura. Per quanto riguarda la solitudine, che poi diventa di massa in una situazione metropolitana…in città cresci diversamente da come puoi crescere in provincia. In una città come Milano, abitata da tantissime persone trasferite per lavoro, il tessuto sociale è totalmente differente dalla provincia, per cui è facile sentirsi isolati. La famiglia è molto meno presente, così come è meno presente il quartiere; spesso mi sono domandato quanto questo argomento potesse interessare il pubblico e invece ho notato quanto l’appartenere ad un qualcosa di profondo, esprimere la propria depressione o felicità faccia sentire le persone coinvolte.

Il mondo contemporaneo va vissuto. Se sei fortunato riesci ad avere gli strumenti per gestire i tuoi stati emotivi; quello che viene facile è cercare di stare molto bene per poi stare molto male e così via, in un continuo di picchi, alti e bassi. Non è un bene. Se le persone riuscissero a fare più autoanalisi o ad andare in analisi forse saremmo meno preda di queste folate emotive.

In CRX avete descritto Milano come “fratricida”. Cosa è cambiato in questi quattordici anni?

Milano purtroppo ha avuto bisogno di essere annientata e lobotomizzata in questi ultimi vent’anni. Ma se continui a cadere prima o poi ti devi rialzare e risalire. Credo che il modello che abbiamo visto dagli anni Novanta fino ad adesso finirà con lo scomparire pian piano. Pisapia potrebbe rappresentare l’inizio di un vero cambiamento. Spero che in una decina di anni si possa trovare una città più aperta, attenta e tollerante.

Ogni uomo una radio parla della radio come metafora della ricezione e trasmissione di stati emotivi. Qual è secondo te il modo migliore per mettersi in contatto con gli altri?

L’interpretazione del pezzo è corretta. È una canzone un po’ steineriana, nel senso che parla della forma-pensiero. Steiner sostiene che ogni stato emotivo possa creare una forma d’onda, un’energia che vibra a diverse frequenze. Il fatto di soppesarsi, guardarsi dentro vuol dire avere la possibilità di leggere anche gli altri. L’importante è capire che tu ricevi, elabori e ritrasmetti. Sempre.

In Stanco ancora no parlate delle vicissitudini dei Casino Royale, ma anche della voglia di andare avanti dopo ventiquattro anni di carriera. Cosa vi spinge a continuare dopo l’abbandono di Giuliano Palma, che ha portato il gruppo sull’orlo dello scioglimento? Quale sarà la direzione musicale alla quale vi dedicherete dopo questo album?

La dipartita di Giuliano è stata abbastanza traumatica perché ha interrotto un meccanismo che stava funzionando a pieno regime; con il passare del tempo abbiamo giustificato il tutto. Abbiamo fatto delle scelte artistiche radicalmente diverse: ognuno si è manifestato per quello che era e voleva essere. Per quanto riguarda la direzione musicale, penso che questo tour sarà dedicato a sviscerare alcune sonorità che nel disco sono un po’ nascoste dalla forma-canzone. I suoni più groove, legati alla dance, che nell’album sono in secondo piano – visto che abbiamo deciso di fare canzoni vere e proprie – saranno molto più evidenti nei live.

Probabilmente dopo Io e la mia ombra ci dedicheremo al secondo volume di Royale Rockers, un altro disco reggae, con sonorità più digitali magari anche vicine all’hip hop.

Stanchi? Io direi proprio di no anche perché questo lavoro ci piace molto, malgrado i tanti problemi. Siamo dei privilegiati, ci fa sentire vivi, ci dà l’opportunità di condividere i nostri pensieri, il che è già una forma di analisi. Andremo avanti perché il nostro “non successo” ci tiene in forma. Ogni volta è come se fossimo dei debuttanti e, per quello che è lo scenario italiano, non sfiguriamo!

Pubblicato su Nella Nebbia, ottobre 2011

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Edda – Odio i vivi

Read me @ http://www.myword.it/rock/reviews/5614

Alda Merini: fiore di poesia, fiori di follia

Sono nata il ventuno a primavera/ ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle/ potesse scatenare tempesta

E tempesta fu, sicuramente. In questa famosa poesia di Alda Merini c’è tutta la sua vita, la disperazione, il vitalismo, la pazzia. Sembra incredibile che la poetessa – precoce come Rimbaud ma capace di conservare la lucidità sbalordita della sopravvissuta – ci abbia lasciati a poca distanza di tempo da un’altra grande della nostra letteratura, Fernanda Pivano. Ma se i percorsi sono stati radicalmente diversi, è simile la passione, l’amore che le animava. Fernanda era una signora borghese, una donna innamorata dell’America vasta e rivoluzionaria degli amici beat, della controcultura, degli “ultimi”. Alda invece ha fatto parte degli “ultimi”, vivendo della propria ispirazione, covando la follia al punto da farne una musa dagli occhi di fuoco.
Alda era una reduce. Aveva affrontato la sua guerra nel manicomio, senza tempo né misure con cui confrontarsi. L’esistenza di una donna fragile, che aveva trovato nella tragica esperienza la forza di scegliere, nonostante tutto, la vita. Un angelo dalle lenzuola pulite, come diceva Anne Sexton, anche lei segnata dallo stesso trauma. Ma che, a differenza della Merini, finì per farsi sconfiggere dai demoni, andando incontro alla morte nel suo vestito migliore. Un destino condiviso da un’altra donna talentuosa, Sylvia Plath, che con La campana di vetro aveva squarciato di prepotenza il velo sulla malattia mentale.
Alda Merini era nata a Milano il 21 marzo del 1931. È morta il giorno di Ognissanti, nel suo letto d’ospedale. Accompagnata dalle adorate sigarette, incurante dei divieti di fumo.
Una vita randagia, spesa tra esaurimenti nervosi, ricoveri, elettrochoc, quattro figlie, due mariti. E tanti amanti, molti famosi. Manganelli e Quasimodo erano state due figure imprescindibili. Del primo diceva: «Fu il mio primo amore, fu grande amore. Era timidissimo, cincischiava, arzigogolava per paura di amare. Oh, non era un conquistatore! Io, ogni tanto, gli davo qualche sberla…»
Ma è stata la vita a schiaffeggiare lei. La sua storia con Manganelli, uno dei nostri scrittori più lunari, segnò anche il primo ricovero in ospedale psichiatrico. Poi ci fu la liason con Salvatore Quasimodo, al quale dedicò alcune belle poesie erotiche. Vennero i mariti, le figlie, altri ricoveri. E vent’anni di silenzio poetico, sprangata all’interno di una cella dalle sbarre invisibili: quelle dell’emarginazione.
Aveva esordito a soli sedici anni. A ventidue pubblicò la prima raccolta di versi, La presenza di Orfeo. Un talento acerbo, ancora grezzo rispetto alla grandezza del metro libero con cui avrebbe scritto tante poesie, scolpite letteralmente nella sua carne ancor prima che scritte sulla carta. Versi che avrebbe dedicato ad amici, dottori, amori infelici, e anche a se stessa.
La poetessa dei Navigli era rientrata tra i “vivi” agli inizi degli anni Ottanta, dopo aver soggiornato per quasi un decennio nelle strutture psichiatriche. Nel 1984 venne dato alle stampe La terra santa, opera che racconta la sua drammatica esperienza. Due anni dopo fu la volta di L’altra verità. Diario di una diversa, una sorta di autobiografia lucidissima, sfrontata, liberatoria.
Negli anni Novanta Alda pubblicò molti volumi di poesia, aforismi, piccoli poemi in prosa. La forte carica sessuale della sua poetica, mai persa con l’avanzare dell’età, è stata via via affiancata da un afflato religioso autentico, tanto carnale quanto sentito nel profondo.
Negli ultimi anni della sua vita la Merini fu spesso ospite di programmi televisivi: si ricordano le sue apparizioni al Maurizio Costanzo Show e al Chiambretti Night. La tv aveva fatto di lei un’icona mediatica in grado di superare le barriere dell’indifferenza. Il mezzo televisivo le aveva consentito di esprimere un personaggio – se stessa – in grado di coincidere quasi perfettamente con l’idea che in genere la gente ha del poeta: bizzarro, geniale, estroso e fuori dalle norme, provocatorio, sfortunato e maledetto.
La Merini è una di quelle poetesse in grado di scavare nell’anima di ognuno di noi, per regalargli un attimo di respiro, un bagliore di eternità. La sua morte è dolorosa, come dolorosa e travagliata è stata la sua esistenza. Ci auguriamo che l’attenzione suscitata dalla Merini “personaggio televisivo”  dia visibilità non solo alle sue opere ma che possa dare ancora una volta lustro alla poesia contemporanea spostandola dalla periferia al centro del circuito culturale. Lei, comunque vada, si è guadagnata un grande pezzo del nostro cuore. E non ne uscirà mai più.

laura.albergante

Guido Crepax e Valentina, ovvero la linea dei tempi che cambiano

Alla triennale Bovisa di Milano, fino al primo febbraio 2009, c’è una mostra dedicata a Guido Crepax e ad uno dei personaggi del fumetto più amati di tutti i tempi: Valentina Rosselli, o più semplicemente Valentina. Tra le opere esposte troviamo le tavole originali disegnate a china; dei bellissimi giochi di società realizzati a mano, raffiguranti battaglie storiche, testimoni dell’attenzione per l’estetica militaresca; lo studio ricostruito dell’autore stesso, con i mobili autentici e le opere letterarie e musicali che hanno avuto importanza per l’artista; infine, le primissime realizzazioni di giochi ed illustrazioni, risalenti alla sua infanzia, che lasciano intravedere un talento purissimo, innato. Ogni stanza è un percorso, un dedalo mentale che rapisce e che inchiostra indelebilmente l’anima di chi guarda, facendo innamorare perdutamente.
Quale occasione migliore per ripercorrere le tappe fondamentali della vita di Crepax e per conoscere meglio le figure partorite dal quel pennino così geniale e generoso?
Guido Crepax, all’anagrafe Crepas (la “x” è un vezzo artistico) nasce il 15 luglio 1933 a Milano, città fondamentale per la vita del poliedrico disegnatore. La famiglia è di origine veneta, il padre è primo violoncello al Teatro La Fenice.
Crepax ha un viscerale attaccamento per Milano. È un uomo solitario e amante delle vita casalinga, ponte di lancio per mille fantasie. La città è sempre omaggiata, filtrata, amata, contrastata, viene lasciata entrare dalla finestra dello studio, penetra gli ambienti e i tratti dei fumetti. I suoi rumori, il milieu culturale, l’architettura, faranno da contrappunto costante alle avventure di Valentina e delle altre sue eroine. Inizia al lavorare nell’ambiente della grafica e si iscrive alla facoltà di architettura, presso la quale si laurea nel 1958. In questo periodo si dedica all’illustrazione ed alla grafica, realizzando numerose copertine di libri, dischi e manifesti pubblicitari. Nel 1957 ottiene il primo grande successo disegnando la campagna pubblicitaria per la Shell, premiata con la Palma d’Oro. L’anno successivo inizia a collaborare con Il Tempo Medico, rivista per la quale continuerà a disegnare fino alla metà degli anni Ottanta. Ma è nel 1963 che Crepax torna al suo vecchio amore: il fumetto.
A partire dal 1965 fa parte dei primi collaboratori della rivista Linus, presso la quale pubblica il fumetto Neutron, ambientato nel jet-set milanese dell’epoca, che viene minuziosamente descritto: niente sfugge al suo occhio attento, sia che rappresenti gli ambienti snob della borghesia, gonfia di pomposi discorsi pseudo-intellettuali, sia che passi in rassegna la moda e le tendenze con sguardo penetrante.
Proprio in una delle avventure di Neutron, precisamente nella terza puntata de La curva di Lesmo, farà la sua comparsa il personaggio di Valentina, presentata come la fidanzata di Philip Rembrandt – Neutron, critico d’arte dilettante dotato di poteri magici. La nostra eroina nasce dunque in sordina, ma fa presto a liberarsi dalle pastoie e diventa in breve tempo un’irresistibile protagonista del fumetto italiano. Ispirata alla figura di Louise Brooks, “l’unica attrice di cui tengo una foto nel comodino”, Valentina è una fotografa dall’inconfondibile frangetta e dal caschetto corvino, alta, flessuosa e slanciata, torbidamente sensuale. L’autore le dona un’esistenza insieme reale ed onirica: ha una carta d’identità che la fa nascere a Milano il 25 dicembre 1942 in Via De Amicis, la stessa in cui abita il suo disegnatore; la modella a somiglianza della moglie Luisa; la fa vivere in una Milano moderna, cupa, psichedelica e sognante allo stesso tempo; le regala un figlio, Mattia, e la fa invecchiare, diversamente dalla maggioranza dei fumetti. Il tratto è deciso, il colore nero, denso nella sua monocromia, ha una resa estetica espressionistica molto forte. Ma è soprattutto nella raffigurazione grafica che i fumetti di Crepax hanno grande spessore innovativo: le vignette sono scomposte, il filo logico viene sovvertito, manomesso, i flashback scompigliano i tempi, le immagini si spezzettano per diventare qualcosa di unico, cinematografico.
Di Valentina conosceremo molte cose: l’infanzia, l’incidente che la renderà orfana di entrambi i genitori, l’adolescenza martoriata dall’anoressia nervosa, la guarigione; la vedremo libera ed anticonformista, pronta alle avventure più incredibili, borghese, ma di sinistra, acculturata e pioniera dei nuovi costumi. Spesso disegnata nuda ed in contesti feticisti, Valentina non perde mai il suo candore, rimanendo un enigma affascinante, pieno di contrasti, così simile alla vita moderna.
Crepax ritaglia dalle riviste di moda, tra cui Vogue, le mise per il suo fumetto: celebri saranno le maglie fantasia di Missoni, che Valentina indosserà negli anni Settanta, e la cura nei dettagli della lingerie, dal gusto rétro e raffinato, al limite della decadenza. Il fumetto non crea tendenze in fatto di moda ma le subisce, piegandosi ai gusti dei tempi: è in altri contesti la portata rivoluzionaria del personaggio. Rappresenta il mutamento dei tempi, dei costumi sociali e sessuali, l’emancipazione della donna, seppur vista con sguardo critico e ironico. Il tradimento, l’avventura erotica ed onirica non saranno più tabù per un personaggio femminile, finalmente slegato dall’ipocrisia morale.
Crepax non nasconde la passione per la psicanalisi, la magia e la fantascienza, influenze che affioreranno spesso nelle sue tavole e che creano mondi fantastici, incantevoli. Autentica icona dell’Italia del boom economico e della crisi petrolifera, Valentina attraversa i decenni con impagabile grazia, adattandosi ai venti gelidi del cambiamento.
Negli anni Sessanta porta una boccata d’aria fresca, maliziosa e nuova; poi gli anni di piombo irromperanno nel fumetto, innescando un desiderio di sogni e di irrazionale. Risale al 1973 il film di Corrado Farina, Baba Yaga, ispirato all’omonima strip, il primo tentativo di “evasione” dalla carta. Parallelamente, l’autore si dedica alla trasposizione a fumetti di numerose opere letterarie erotiche, diventandone l’indiscusso maestro, e ad altre eroine, anche per la pubblicità: celebre la “Terry” creata per il terital, un tessuto allora all’avanguardia.
Gli anni Ottanta vedono Crepax trascurare un po’ il proprio personaggio, diventato ormai ultraquarantenne: Valentina è sempre più alle prese con misteri e problemi familiari. Negli anni Novanta Crepax decide di mandare Al diavolo Valentina!, titolo dell’ultima opera che la riguarda. Ha cinquantatré anni, l’uscita di scena è definitiva: si chiude un’epoca per Crepax e per noi. Valentina, amore segreto dei nostri cuori, ha rappresentato il cambiamento di un Paese, accompagnandolo e riflettendolo come in uno specchio magico, sensuale e seducente, non privo di ambiguità e contraddizioni, ma sempre incredibilmente charmant. Valentina, Guido: ovunque voi siate, ci mancate.

pubblicato in Nella Nebbia n.9, gennaio 2009

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