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Offlaga Disco Pax – Gioco di società

A pagare e morire…si fa sempre in tempo. Almeno, così dice il proverbio.

Gli Offlaga non fanno sconti a nessuno. O li ami o li odi. Hanno voce e piglio davvero personale – un po’ come la Carlotta di Superchiome. Ma non sono qui per prestarmi all’ironia. Anzi: dico che la band reggiana ha veramente qualcosa da raccontare.

Il terzo lavoro degli Offlaga Disco Pax non ha nulla da invidiare agli acclamati Socialismo tascabile e Bachelite.

Reggio Emilia è qui, come sempre, l’ombelico del mondo; questa città inutilmente bella è l’epicentro del bene e del male, di racconti tragicomici e inaspettate aperture emotive – piccolo mondo antico Fogazzaro di tutti noi, alla ricerca di un sollievo dal tempo che scorre. Inesorabile.

La musica si fa ancora più fredda; le basi sono gelida ostia new wave lambita dagli anni Ottanta. Supportato da una strumentazione vintage, il terzo disco degli Offlaga abbandona quasi completamente le chitarre per giocare a favore di tastiere e altre diavolerie elettroniche. I suoni sono cibernetici, quasi un ossimoro sul recitato di Max Collini, così visionario, coinvolgente, emozionale. Enrico Fontanelli e Daniele Carretti, gelosi custodi del sound, suonano qui minimali e indispensabili alla struttura di ogni cosa, che viene scarnificata, ridotta all’osso fino a sfiorare l’anima.

Gioco di società è allo stesso tempo continuità, strappo ed evoluzione nella storia degli Offlaga Disco Pax. Qui c’è molta più cassa dritta rispetto ai lavori precedenti; troviamo meno politica e più intimità – racconti di vita dolorosamente vissuta come in Sequoia, A pagare e morire… e Parlo da solo sopra tutte. Palazzo Masdoni è una storia di ordinaria romantica militanza – era la sede del Partito Comunista, in cui il giovane Max avrebbe voluto abitare, forse per vivere totalmente il senso di appartenenza politica in un’epoca di edonismo reaganiano e pieno riflusso.

Sequoia offre una panoramica cinematografica rurale alla Novecento di Bertolucci – nella rossa Emilia, all’età di cinque anni “si potevano ancora mescolare, senza dare troppa noia, i nipoti dei contadini con i figli del Dottore” – nonché una spiegazione di quella cicatrice al sopracciglio un po’ meno eterna di quella pianta secolare.

Parlo da solo racconta di un amore finito male, tra incomprensioni e parole non dette, risparmiate; mentre Respinti all’uscio è un ricordo delle devastazioni ad opera di quegli autoriduttori “respinti all’uscio senza tanti troppi complimenti” – memoria di una Reggio Emilia preadolescenziale in cui suonarono i Police proprio a due passi dalla scuola che Max frequentava a tredici anni.

Gioco di società è un disco che raramente si muove dalle pareti di casa e quando lo fa non si sposta di molto – si tuffa nel cuore di quell’Emilia da piccola storia più o meno ignobile, Francesco Guccini docet. Piccola storia ultras svela l’arcano dietro a “grazie Reagan, bombardaci Parma” così come Cioccolato I.A.C.P. in Bachelite aveva dato un senso a “il toblerone, qualcuno sa perché” di Robespierre. Ci sono molteplici giochi di specchi e di rimandi in questo disco – capirli e assimilarli non è facile ma è così affascinante.

Tulipani racconta l’impresa impossibile del ciclista olandese Johan Van der Velde, che nel 1988, stretto in una sparuta maglia ciclamino, finì praticamente assiderato nonostante fosse giugno: nevicava forte e c’erano cinque gradi sotto zero. Un eroe degno delle vette del Pamir.

Gioco di società si chiude a tempo di lp con due brani dal sapore introspettivo e amaro: Desistenza e A pagare e morire…

Gli Offlaga Disco Pax hanno davvero una loro voce. Può piacere o non piacere, ma è incontestabilmente la loro, album dopo album. D’altra parte, chi nasce tondo non muore quadrato. E a noi piace così.

laura.albergante

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Tying Tiffany: cervello a colazione, pranzo e cena

Un caschetto nero corvino. Occhi scuri. Magra e flessuosa, affascinante. È così che ti immagini la Valentina di Crepax in carne ed ossa. Trovarsela di fronte fa un certo effetto! Eppure Tying Tiffany, poliedrica dj, cantante, ex Suicide Girl, emana un fascino di luci e ombre del tutto personale, al di là del paragone che la avvicina alla sua “metà” di carta.
Le biografie non ufficiali dicono che sia nata a Padova. Lei non conferma, ma un leggero accento veneto colora le sue parole e, sebbene sia restia a parlare di sé  – è molto riservata –  qualcosa trapela dal suo viso, dalla dolcezza con cui risponde alle mie domande.
Tying Tiffany è una ragazza dal talento sicuro ed eccentrico. È insolitamente timida, nonostante abbia posato senza veli. Non te lo aspetteresti. E invece ti conquista anche grazie alle sue piccole insicurezze. Abita a Bologna, centro nevralgico della scena alternativa. Ha pubblicato due ottimi dischi di electroclash. La sua musica mescola un certo gusto per la goliardia a suoni elettronici da cavo scoperto. L’ironia dei suoi testi si riflette anche nella scelta delle mise, che spesso sconfinano nel burlesque più estroso. Il primo album, Undercover, uscito nel 2005, contiene le hit underground I wanna be your mp3, che cita tutti luoghi comuni del rock, Honey Doll, e I’m Not a Peach. Il secondo, Brain for breakfast, pubblicato due anni dopo il debutto, vanta la collaborazione di Nic Endo dei Atari Teenage Riot nel brano Slow Motion. Tiffany alterna la sua attività come cantante a quella di dj. Sa suonare il basso. E quando è sul palco ha le movenze di un serpente sinuoso. Mi lascio incantare…

Partiamo dall’inizio. Come mai hai scelto come nome lo pseudonimo “Tying Tiffany”?
Ho scelto questo pseudonimo perché sono appassionata di bondage. “Tying” significa “legando”, Tiffany è il mio nome: diciamo che ho legato le due cose per formare questo nome un po’ particolare!

Ho letto su Myspace che stai lavorando al terzo disco, che arriva dopo Undercover e Brain for breakfast. Ci puoi anticipare qualcosa?
Il disco è praticamente finito. Ora sto lavorando sulle pratiche burocratiche di cambio label. L’album sarà differente dagli altri due, in quanto le sonorità saranno quelle delle mie origini: new wave, dark wave, sinth pop.

Da quanto ti interessi alla musica elettronica?
Direi da sempre! È sempre stata una mia grandissima passione, partendo da Stockhausen per arrivare alla nostra musica elettronica contemporanea. E’ un interesse che ho anche verso altri generi; la metto al livello di tutte le altre cose che ascolto, cioè new wave, punk, rock.

Quali sono le tue influenze musicali?
Non vengo ispirata solo dalla musica! Ci sono molte cose che possono influenzarmi: un’emozione, un sentimento, una sensazione; una canzone, un certo genere musicale, un film; un determinato suono, una buona lettura che ho fatto. Tutte queste cose possono fungere da catalizzatore.

Quali sono i tuoi interessi oltre alla musica?
Tra le mie passioni c’è sicuramente il cinema. Sono una grande appassionata nonché collezionista di film, in particolare di horror. Mi piace leggere, sono una persona estremamente curiosa. Compro tantissime riviste che trattano i più disparati argomenti: dall’ufologia alla scienza, all’estetica; passo da un argomento all’altro spinta dalla curiosità.

Quali sono i tuoi registi preferiti?
Prediligo in particolare i registi giapponesi dell’ultima generazione. Sono molto attratta da tutta la scena nipponica.

Cosa puoi dirci riguardo la tua attività come dj?
È una cosa che faccio più che altro per divertirmi. Non mi ritengo una dj “provetta”, di quelle che fanno i passaggi perfetti: sono un’appassionata di musica, mi piace mettere quello che ascolto a casa, far ascoltare alle persone che vengono alle serate ciò che amo di più.

Cosa ricordi, cosa ti è rimasto dell’esperienza come Suicide Girl?
È stata un’esperienza che mi ha permesso di conoscere delle ragazze interessanti, che hanno delle attività legate al mondo artistico e a quello sperimentale. Ho avuto modo di confrontarmi con delle persone che vengono da realtà totalmente diverse da quella che mi circonda. Per come è stato vissuto in Italia, forse non è stato realmente capito lo spirito di questa comunità, che offre al suo interno innumerevoli aspetti interessanti, al di là dell’immagine delle ragazze: ci sono interviste a registi famosi, scrittori, personaggi di rilievo. Ci sono forum che parlano degli argomenti più vari. Purtroppo si è sottolineato spesso solo l’aspetto “fotografico” delle Suicide Girls.

È vero: infatti vorrei che tu ti soffermassi sulla filosofia di questa comunità alternativa. Per quale motivo hai deciso di unirti a loro?
Come dicevo, è una comunità al femminile di persone accomunate dall’interesse nei confronti dell’arte e alla musica. Sono donne che hanno delle caratteristiche fisiche un po’ diverse dai canoni estetici “classici” che vengono rappresentati ogni giorno nei giornali e in televisione, fiere della propria diversità e di queste passioni al di fuori dal comune.

Hai legato con qualcuna di queste ragazze? Sono nate amicizie, intese personali?
Sì, ho fatto delle amicizie sia in Italia che all’estero. Soprattutto all’estero. Con Violetta (Beauregarde, altra famosa Suicide girl italiana attiva in campo musicale, nda) ci sentiamo anche se non ci conosciamo molto bene: a volte suoniamo insieme.

Oltre alla musica, quali sono le attività che ti procurano la maggior soddisfazione? Cosa ti piace fare nella vita?
Oltre a suonare? Beh, è dura…è quello che faccio praticamente 24 ore su 24! Faccio molte altre cose legate al mondo dell’audio: compongo musica per documentari e lavoro alla sonorizzazione di cartoni animati. Essendo totalmente coinvolta dalla musica resta poco spazio per il resto. Sicuramente stare con i miei animali è una delle cose che mi dà più soddisfazione! Quando posso passo il mio tempo libero con loro.

laura.albergante

Pubblicato in Nella Nebbia n. 21, febbraio 2010

Andy: cercare la bellezza ovunque

Tutti lo conoscono come “Andy dei Bluvertigo”. Il biondo eccentrico che suonava il sax e le tastiere, che ballava in maniera bizzarra nei video di Fuori dal tempo e Altre forme di vita. Ma, a dispetto di quanti lo ricordano solo come componente della band di Marco “Morgan” Castoldi, riciclatosi con grazia come presentatore tv di successo, Andy è un artista a tutto tondo. Saranno i suoi occhi azzurri inquieti da cui traspare l’amore per l’arte, o i suoi quadri dipinti a colori fluorescenti che bucano il nervo ottico, o il magnetismo che sprigiona: quel che è certo è che Andy è un affascinante miscela di ipermodernità e tradizione. Nato Andrea Fumagalli in quella “Brianza velenosa” cantata quasi un decennio più tardi da Lucio Battisti, è un caleidoscopico pastiche pop di progetti, interessi, passioni.
Mandata a mente in tenera età la lezione del vate David Bowie, gioca con sano eclettismo tra le diverse forme d’arte, senza dimenticare l’approccio new romanticche lo contraddistingue da tempi non sospetti. È stato uno dei primi in Italia, infatti, a ispirarsi all’estetica degli anni Ottanta, ben prima che il ripescaggio del decennio diventasse una moda mainstream.
La passione di Andy per la contaminazione delle arti si è concretizzata nei suoi lavori, che hanno una qualità multisensoriale fortissima: impossibile rimanere indifferenti di fronte alle sue tele dipinte ad acrilico fluo. La sensazione, a dir poco lisergica, è quella di poter toccare il colore, sentire l’odore e la musicalità intrinseca delle immagini. Negli ultimi anni Andy, che, dopo lo scioglimento dei Bluvertigo, non ha mai scordato la musica, si è anche proposto in veste di dj dal gusto tipicamente eighties. Ed è proprio in una di queste serate che incontriamo l’artista: non ci facciamo sfuggire l’occasione giusta per conoscerlo meglio.

Quali sono i tuoi progetti attuali?
I miei progetti attuali si muovono tra pittura e musica. Ho appena inaugurato una mostra molto importante, a Torino, presso la galleria Mar & Partners.  L’esposizione, che raduna una trentina di tele, è curata da Francesco Poli. Si chiuderà il 17 gennaio 2010. Questo per me è un anno ricco di novità. Grazie a Marco Lodola, ho avuto la possibilità di sonorizzare una sua installazione alla Biennale di Venezia, con un progetto che si chiama Luminoise, che si rifà agli umori futuristi e all’omaggio di Lodola a Fortunato Depero. Dal lato musicale, seguo la mia tournée decennale come dj, con la quale propongo i “suoni del mio armadio”, le sonorità degli anni Ottanta, e sto preparando il mio disco solista, al quale lavoro da diverso tempo. A metà luglio ho presentato alle Scimmie di Milano, assieme a Fabio Mittino, un progetto che si chiama “Inspired by…” cioè ispirati da, in questo caso da David Sylvian e Robert Fripp, due artisti a me molto cari.

Quali sono le tue influenze a livello pittorico e musicale?
Ciò che mi influenza viaggia in maniera circolare: questo significa che quello che piace dal punto di vista pittorico ha ricadute anche sul lato musicale, e viceversa. Per quanto riguarda la pittura, sono un amante del surrealismo, dalla metafisica e “conseguenti”: Max Ernst, il kandismo, René Magritte. Sono folgorato dal periodo che va dal 1978 al 1984 di New York. Keith Hearing è solo la punta dell’iceberg: in quegli anni la città era una fucina di idee. Andy Warhol ha prodotto, in quello spazio di tempo, un’esplosione di colori e di commistioni di contesti, dove l’underground poteva interagire con la “serie A”. I miscugli di contesti, il ricco e il povero insieme, credo che sia una delle cose più vincenti che Warhol abbia fatto nella sua carriera. Sono inebriato da questo tipo d’arte. Musicalmente, invece, sono un appassionato di theremin, uno strumento degli anni Venti. Penso che Leo Theremin sia un genio assoluto. Dopo di lui ci sono stati Robert Moog (l’inventore del sintetizzatore omonimo, n.d.a.), i Kraftwerk, i campionatori. Nonostante io sia un sassofonista, sono molto affascinato dai sintetizzatori e da chi ne ha fatto buon uso: ecco spiegato il mio amore per i Tangerine Dream, i primi Human League, i Depeche Mode, e oggi i Daft Punk. Mi capita di ascoltare tutto un ventaglio di musiche diverse: dall’industrial degli Einstürzende Neubauten di Blixa Bargeld, ad alcune cose del boss Bruce Springsteen, a Luigi Tenco, e anche musica “da balera”.

Cosa ne pensi del ripescaggio degli anni Ottanta, bistrattati per tutto il decennio successivo?
Penso che sia un normale flusso generazionale. Negli anni Novanta c’era un retaggio del periodo tra la metà degli anni Sessanta e Settanta. Il grunge era un riflusso, una “rigenerazione generazionale”: band come gli americani Alice In Chains, che amo molto, si rifacevano a quei decenni per quanto riguardava le sonorità. Dal coté inglese, invece, che preferisco nettamente, mi piace molto la cosiddetta “indie dance”. Nei suoni di Manchester si potevano sentire echi dei Led Zeppelin mescolati alla musica da discoteca e alla new wave. In Twenty-four Hour People, un film che parla dell’hacienda di Madchester, c’è un po’ una sintesi di tutto quello che mi piace.
Gli anni Ottanta sono stati maltrattati da tutti quelli che hanno pensato di relegarli al loro contesto storico-politico, dove il denaro, Craxi, i magnaccia e tutti coloro che potevano far finta di avere ciò che non possedevano dilagavano. A mio parere, invece, in quell’epoca sono stati sviluppati dei codici artistici e sonori validissimi. Sono stanco di sentire i “barbuti della mia generazione”, che dicono che “non si esce vivi dagli anni Ottanta”, e poi finiscono per essere quelli che ora guadagnano più di un imprenditore, più rampanti degli autentici yuppies. Quello che amo degli anni Ottanta è l’autentico fervore che c’era, mi piace anche vedere il lato sociale di quella che io ritengo un decennio molto interessante.

I Bluvertigo si sono recentemente riuniti: avete un progetto in comune?
In comune, in realtà, abbiamo ben poco. Ci siamo riformati nel 2008 per un disco live, registrato a Mtv Storytellers. E’ stata una bella occasione per scoprire che, dopo sette anni, ci possiamo ancora divertire insieme sul palco. Doveva anche partire il disegno per un nuovo album. Ora come ora la discografia è una barca che affonda. Io non sono un artista indipendente, ma autonomo sì: mi interessa poco, quindi, occuparmi di del contratto con le case discografiche. Sono stanco anche dell’aria fritta che vende anche il mio collega Morgan. Ora non c’è la possibilità concreta di ricostruire il progetto, anche perché Marco è disperso in altro e io mi disperdo in altro. Per cui, al momento, è meglio stare lontani. Se ci sarà la possibilità di un riavvicinamento, sarà sicuramente in una situazione radicalmente diversa.

Cosa ne pensi della carriera televisiva di Morgan, giurato di X Factor?
Mi sembra molto strano vedere Morgan “santificato” mediaticamente per qualcosa di estraneo a quello che ha sempre cercato. Trovo che la tv, con i suoi “quindici minuti fatati” di warholiana memoria vada bene. Certo che, se si continua così per un anno intero…
Una domanda un po’ particolare: cos’è il bello per te?
Il bello per me non esiste, perché lo ricerco continuamente.

Pubblicato in Nella Nebbia n. 18, novembre 2009

laura.albergante