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Archivi tag: Pop Art

Lou Reed. Un anno dopo

Era il 27 ottobre del 2013 quando Lou Reed si spense tra le braccia della compagna sempre al suo fianco negli ultimi decenni, Laurie Anderson.

Le parole del più pungente dei critici e giornalisti musicali, Lester Bangs, vergate nel 1975 per “Creem”, aiutano a ricordarlo e inquadrarlo con uno strano miscuglio di affetto e sarcasmo: “Lou Reed è colui che ha dato dignità, poesia e una sfumatura di rock’n’roll all’eroina, alle anfetamine, all’omosessualità, al sadomasochismo, all’omicidio, alla misoginia, all’imbranataggine e al suicidio, per poi smentire tutte le conclusioni e ritornare nel fango trasformando tutto in un monumentale scherzo di cattivo gusto”. Certo Lou è stato cantore degli ultimi, dei bassifondi, della feccia, ma anche l’uomo gentile, generoso e l’amante degli animali dipinto da Laurie Anderson. Un uomo che, come un Giano bifronte, ha affrontato e alimentato i propri demoni e allo stesso tempo vissuto la propria vita senza farsi mancare davvero nulla.

Fondatore dei Velvet Underground, titolari di alcuni dei dischi più innovativi e influenti della storia della musica rock – su tutti, “The Velvet Underground & Nico”, prodotto dal celeberrimo Andy Warhol – Reed ha attraversato cinquant’anni di musica con personalità e schiettezza estreme. Sciolti i Velvet, l’artista newyorkese si lanciò in un’aggressiva carriera solistica, aiutato dall’allora già affermata stella londinese David Bowie.

I suoi capolavori includono “Transformer”, scritto e prodotto all’apice della mania glam rock con Bowie (1972), il doppio, tristissimo album “Berlin” (1973), l’epocale live “Rock’n’roll Animal” (1974), “Coney Island Baby” (1975) e l’abrasivo “Street Hassle”; gli anni passano, gli Ottanta bussano e portano nuove esperienze: Lou collabora con l’arcinemico di sempre, John Cale, per ricordare il Maestro Warhol (“Songs For ‘Drella”, 1990), aggiungendo un capitolo discusso nel 2011, “Lulu”, scritto assieme ai Metallica. Lou fece anche una curiosa incursione nella musica sperimentale, stroncata dalla stampa e dai fan (“Metal Machine Music”, 1975, eufemisticamente definito “di difficile ascolto”).

Lou Reed è stato un artista che, tenendo fede e succhiando ispirazione dallo spirito della città in cui è nato, cresciuto e vissuto, ha rappresentato in tutte le sfumature i più reconditi recessi della mente e del comportamento umano, passando dall’abiezione alla dolcezza nello spazio di poche battute.

Non basta lo spazio di un articolo per ricordare l’importanza della sua figura nella musica contemporanea, ma lo ricordiamo con affetto per aver arricchito e pungolato tutti noi e aver trovato il bello anche nel marcio più estremo.

rock72

Da sinistra a destra: Bowie, Pop, Reed

Laura Albergante, 27 ottobre 2014

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1909 – 2009: cent’anni di futurismo, un anno di celebrazioni

Di futurismo quest’anno se n’è parlato molto e, come spesso accade, con risultati alterni e non sempre eccellenti. La portata rivoluzionaria e l’importanza che si dovrebbero riconoscere al movimento sono state in gran parte misconosciute o nascoste. Un atteggiamento forse anche dovuto a certe remore che vengono dai significativi contatti che certi artisti ebbero con il fascismo e altre frequentazioni “pericolose”. L’occasione canonica era quella della celebrazione del centenario del Manifesto, pubblicato su alcuni giornali italiani e successivamente su Le Figaro in data 20 febbraio 1909.

Il futurismo affonda le sue radici nel contesto storico del primo decennio del Novecento, durante il quale le arti e la cultura subiscono una radicale trasformazione: nel giro di pochi anni, il proliferare  di novità, l’evoluzione sociale e tecnologica spingono verso un rinnovamento dirompente. Le guerre, il cinema dei fratelli Lumière, i grandi cambiamenti politici, il telegrafo senza fili, l’uso delle cineprese, la radio e gli aeroplani fungono da stimolo potentissimo per una nuova generazione di poeti, letterati, artisti, che per la prima volta si confrontano realmente con la modernità fino ad esserne totalmente intrisi.

Quello che rende particolare il futurismo è la sua multimedialità ante litteram, che contamina i sensi e gli ambiti artistici con notevole anticipo sulle altre avanguardie storiche del secolo scorso. I futuristi infatti si occuparono di ogni forma espressiva: pittura e scultura, danza e fotografia, passando per la letteratura, la musica, il cinema, che era agli albori. Non tralasciarono neppure  l’architettura. La denominazione del movimento si ebbe grazie a Filippo Tommaso Marinetti, poeta italiano che battezzò e portò alla maturazione l’avanguardia artistica, che fu talmente influente da avere un seguito anche a livello internazionale. Il valore principale del movimento non sta solo nelle ben note doti di rappresentazione dei mille volti della modernità, capaci di rinascere e svilupparsi ogni volta secondo una forma d’arte diversa, ma anche nel tentativo molto generoso di portare l’arte nelle vita quotidiana e  lì darle un significato. Si tentò di “uccidere” il già visto, caricandolo di nuovi significati estetici ed espressivi con funzione liberatoria. E allora via con il “paroliberismo”, con l’abolizione della ricerca dell’armonia all’interno delle pagine dei libri, largo alle novità che spazzano via il passato e le sue nubi nefaste: le sculture si fanno plastiche, in movimento, astratte; si  ripone illimitata fiducia nel progresso; si esalta il dinamismo, la velocità, il rumore, in una sorta di fusione che vede l’uomo far parte quasi carnalmente di ciò che egli stesso produce.

L’intenzione di Marinetti era quella di diffondere orizzontalmente la cultura futurista, sottraendola all’elitarismo. Per farlo non esitò a stupire: il lettore si sarà trovato di fronte a titoli come Distruzione – La Città Carnale – 8 anime in una bomba – Zang Tumb Tumb – Gli Dei se ne vanno – D’Annunzio resta – Guerra sola igiene del mondo. Una rivoluzione provocante, quindi, che nonostante le apparenti difficoltà di accessibilità aveva mire popolari.

Il carnet delle mostre dedicate quest’anno al movimento futurista è stato molto ricco: in gennaio è stata inaugurata un’esposizione al Mart di Rovereto (TN), intitolata Futurismo100. Illuminazioni – Avanguardie a confronto. Italia, Germania, Russia. Vi erano esposte opere di Chagall, Kandiskij, Klee. Il progetto, a cura di Ester Coen, ha iniziato il suo percorso al Mart, per poi proseguire con Astrazioni al Museo Correr di Venezia (5 giugno-4 ottobre 2009), e concludersi con Simultaneità (15 ottobre 2009 – 25 gennaio 2010) a Palazzo Reale di Milano. In questa mostra “itinerante”si indagano le complesse e spesso inedite relazioni tra i futuristi e i più importanti esponenti delle avanguardie russe e tedesche. Da una lato vengono presi in esame i rapporti con gli artisti che hanno partecipato alla storia artistica tedesca di Der Sturm, a dimostrazione di quanto il futurismo ebbe forti legami con il paese dell’espressionismo. Dall’altra parte si parla del leggendario viaggio di Marinetti nella Russia del 1914, che fornisce il filo rosso ideale per analizzare le relazioni con i pittori cubo-futuristi russi. Fu infatti un intreccio fondamentale quello che si sviluppò tra Roma, Parigi e Mosca tra i pittori futuristi e gli artisti russi e tedeschi. L’esposizione del Mart ha fatto da cornice alla riapertura al pubblico della Casa d’Arte Futurista Fortunato Depero, chiusa da molto tempo causa restauro.

Un futurismo meno conosciuto ma altrettanto intrigante è quello proposto da 5 febbraio 1909-Bologna avanguardia futurista, che prende il nome dalla primissima pubblicazione del Manifesto, avvenuta sulla Gazzetta dell’Emilia. Sicuramente il prestigio de Le Figaro ha costituito per i futuristi una sorta di cassa di risonanza internazionale insostituibile, ma storicamente la primogenitura va riconosciuta al capoluogo emiliano. Curata da Beatrice Buscaroli, la mostra si è concentrata principalmente sul coté bolognese.

A Milano si sono svolte alcune delle più importanti manifestazioni celebrative. Mostre, spettacoli, eventi: dal FuturTram alle serate musicali e di teatro-danza futuristi, tutto questo è stato proposto dalla mostra Futurismo 1909-2009. Velocità+Arte+Azione, che si è chiusa a Palazzo Reale agli inizi di giugno. Non poteva mancare una mostra tutta dedicata al pioniere del movimento, F.T.Marinetti=Futurismo alla Fondazione Stelline, sempre fino al 7 giugno.

FuturisMI, una poliedrica kermesse, propone, fino a dicembre 2009, un ricco cartellone di iniziative volte a riconoscere l’importanza che Milano ebbe come centro propulsore. Il tema era già stato anticipato nel 2006, quando a Palazzo Reale erano state esposte opere di Boccioni e, nell’anno successivo, alcuni lavori di Giacomo Balla.

Anche a Roma ci sono stati numerosi eventi. Ricordiamo l’esposizione delle Scuderie del Quirinale, che ha ospitato un notevole nucleo di opere riguardanti il primo periodo storico del Futurismo. La mostra, anche questa curata da Ester Coen, scandisce un percorso precisissimo, nel quale si ricostruisce, con grande perizia filologica, la celebre mostra tenutasi a Parigi presso la Galleria Bernheim-Jeune nel febbraio del 1912.

Queste sono solo alcune delle esposizioni che hanno punteggiato l’anno del centenario dedicato al Futurismo. Ce ne sono state molte altre ugualmente valide e interessanti.

Quel che è certo è che il Futurismo è stato una delle avanguardie storiche più fiammeggianti del secolo scorso, al pari della Pop Art e del quasi coevo Dadaismo. Nel 1944 Marinetti se ne va, lasciando scritto: «Io non ho nulla da insegnarvi, mondo come sono da ogni quotidianismo e faro di una aeropoesia fuori tempo-spazio». Non è così vero. Dobbiamo tutti imparare a mettere un pizzico di coraggio nella vita di tutti i giorni. E i futuristi stanno ancora oggi lì a dimostrarcelo.

Pubblicato in Nella Nebbia n.19, dicembre 2009

laura.albergante