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Tying Tiffany: cervello a colazione, pranzo e cena

Un caschetto nero corvino. Occhi scuri. Magra e flessuosa, affascinante. È così che ti immagini la Valentina di Crepax in carne ed ossa. Trovarsela di fronte fa un certo effetto! Eppure Tying Tiffany, poliedrica dj, cantante, ex Suicide Girl, emana un fascino di luci e ombre del tutto personale, al di là del paragone che la avvicina alla sua “metà” di carta.
Le biografie non ufficiali dicono che sia nata a Padova. Lei non conferma, ma un leggero accento veneto colora le sue parole e, sebbene sia restia a parlare di sé  – è molto riservata –  qualcosa trapela dal suo viso, dalla dolcezza con cui risponde alle mie domande.
Tying Tiffany è una ragazza dal talento sicuro ed eccentrico. È insolitamente timida, nonostante abbia posato senza veli. Non te lo aspetteresti. E invece ti conquista anche grazie alle sue piccole insicurezze. Abita a Bologna, centro nevralgico della scena alternativa. Ha pubblicato due ottimi dischi di electroclash. La sua musica mescola un certo gusto per la goliardia a suoni elettronici da cavo scoperto. L’ironia dei suoi testi si riflette anche nella scelta delle mise, che spesso sconfinano nel burlesque più estroso. Il primo album, Undercover, uscito nel 2005, contiene le hit underground I wanna be your mp3, che cita tutti luoghi comuni del rock, Honey Doll, e I’m Not a Peach. Il secondo, Brain for breakfast, pubblicato due anni dopo il debutto, vanta la collaborazione di Nic Endo dei Atari Teenage Riot nel brano Slow Motion. Tiffany alterna la sua attività come cantante a quella di dj. Sa suonare il basso. E quando è sul palco ha le movenze di un serpente sinuoso. Mi lascio incantare…

Partiamo dall’inizio. Come mai hai scelto come nome lo pseudonimo “Tying Tiffany”?
Ho scelto questo pseudonimo perché sono appassionata di bondage. “Tying” significa “legando”, Tiffany è il mio nome: diciamo che ho legato le due cose per formare questo nome un po’ particolare!

Ho letto su Myspace che stai lavorando al terzo disco, che arriva dopo Undercover e Brain for breakfast. Ci puoi anticipare qualcosa?
Il disco è praticamente finito. Ora sto lavorando sulle pratiche burocratiche di cambio label. L’album sarà differente dagli altri due, in quanto le sonorità saranno quelle delle mie origini: new wave, dark wave, sinth pop.

Da quanto ti interessi alla musica elettronica?
Direi da sempre! È sempre stata una mia grandissima passione, partendo da Stockhausen per arrivare alla nostra musica elettronica contemporanea. E’ un interesse che ho anche verso altri generi; la metto al livello di tutte le altre cose che ascolto, cioè new wave, punk, rock.

Quali sono le tue influenze musicali?
Non vengo ispirata solo dalla musica! Ci sono molte cose che possono influenzarmi: un’emozione, un sentimento, una sensazione; una canzone, un certo genere musicale, un film; un determinato suono, una buona lettura che ho fatto. Tutte queste cose possono fungere da catalizzatore.

Quali sono i tuoi interessi oltre alla musica?
Tra le mie passioni c’è sicuramente il cinema. Sono una grande appassionata nonché collezionista di film, in particolare di horror. Mi piace leggere, sono una persona estremamente curiosa. Compro tantissime riviste che trattano i più disparati argomenti: dall’ufologia alla scienza, all’estetica; passo da un argomento all’altro spinta dalla curiosità.

Quali sono i tuoi registi preferiti?
Prediligo in particolare i registi giapponesi dell’ultima generazione. Sono molto attratta da tutta la scena nipponica.

Cosa puoi dirci riguardo la tua attività come dj?
È una cosa che faccio più che altro per divertirmi. Non mi ritengo una dj “provetta”, di quelle che fanno i passaggi perfetti: sono un’appassionata di musica, mi piace mettere quello che ascolto a casa, far ascoltare alle persone che vengono alle serate ciò che amo di più.

Cosa ricordi, cosa ti è rimasto dell’esperienza come Suicide Girl?
È stata un’esperienza che mi ha permesso di conoscere delle ragazze interessanti, che hanno delle attività legate al mondo artistico e a quello sperimentale. Ho avuto modo di confrontarmi con delle persone che vengono da realtà totalmente diverse da quella che mi circonda. Per come è stato vissuto in Italia, forse non è stato realmente capito lo spirito di questa comunità, che offre al suo interno innumerevoli aspetti interessanti, al di là dell’immagine delle ragazze: ci sono interviste a registi famosi, scrittori, personaggi di rilievo. Ci sono forum che parlano degli argomenti più vari. Purtroppo si è sottolineato spesso solo l’aspetto “fotografico” delle Suicide Girls.

È vero: infatti vorrei che tu ti soffermassi sulla filosofia di questa comunità alternativa. Per quale motivo hai deciso di unirti a loro?
Come dicevo, è una comunità al femminile di persone accomunate dall’interesse nei confronti dell’arte e alla musica. Sono donne che hanno delle caratteristiche fisiche un po’ diverse dai canoni estetici “classici” che vengono rappresentati ogni giorno nei giornali e in televisione, fiere della propria diversità e di queste passioni al di fuori dal comune.

Hai legato con qualcuna di queste ragazze? Sono nate amicizie, intese personali?
Sì, ho fatto delle amicizie sia in Italia che all’estero. Soprattutto all’estero. Con Violetta (Beauregarde, altra famosa Suicide girl italiana attiva in campo musicale, nda) ci sentiamo anche se non ci conosciamo molto bene: a volte suoniamo insieme.

Oltre alla musica, quali sono le attività che ti procurano la maggior soddisfazione? Cosa ti piace fare nella vita?
Oltre a suonare? Beh, è dura…è quello che faccio praticamente 24 ore su 24! Faccio molte altre cose legate al mondo dell’audio: compongo musica per documentari e lavoro alla sonorizzazione di cartoni animati. Essendo totalmente coinvolta dalla musica resta poco spazio per il resto. Sicuramente stare con i miei animali è una delle cose che mi dà più soddisfazione! Quando posso passo il mio tempo libero con loro.

laura.albergante

Pubblicato in Nella Nebbia n. 21, febbraio 2010

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Le ragazze del rock – di Jessica Dainese

Grrrrrrl power! È un ruggito tutto al femminile quello che travolge fin dalla copertina di questo libro, popolato da ragazze con la chitarra pericolosamente oltraggiose. Aggressive e passionali come il più carnale del fiori, sono rose scarlatte che pulsano di vita e noia metropolitana.
L’audace volume di Jessica Dainese si propone come vademecum per chi si voglia districare nell’oscuro – ma non troppo – labirinto del rock femina in tutte le sue declinazioni avute nel Bel Paese a partire dal bitt, stagione un po’ trascurata in favore del più naturale punk.
L’autrice di questo agile libro, edito dalla Sonic Press, smitizza una volta per tutte l’aura macho che il rock ha coltivato fin dagli esordi. Ma chi l’ha detto che le donne non hanno le palle per fare rock? Come ha giustamente osservato la saggia Joan Jett: «Girls got balls. They’re just a little higher up.» I commenti sessisti si sciolgono come neve al sole sfogliando le duecento e più pagine virate in un sontuoso technicolor patinato. Ok, la discografia di riferimento è scarsa – ma vogliamo parlare dell’influenza che hanno avuto queste band? Le Clito, tenute a battesimo da Demetrio Stratos nel pieno del periodo arrabbiato, si tolsero lo sfizio di mandare a quel paese il Fellini de La città delle donne – e questo è solo uno dei tanti succosi aneddoti raccontati attraverso interviste, preziosi reperti e reliquie vintage.
Le ragazze del rock è un’opera ribelle seppur metodica, sicuramente encomiabile, arricchita dal prezioso contributo di Oderso Rubini. Titolare della Italian Records, etichetta indipendente che si nutriva di quel vortice palpitante che era Bologna nel ’77, pubblicò dischi fondamentali per l’evoluzione del suono punk in suolo italiano come Inascoltabile degli Skiantos, gli lp dei Gaznevada e dei Confusional Quartet.
Il periodo beat, come detto sopra, è stato piuttosto snobbato. L’autrice non ha un grande feeling con gli anni Sessanta e si vede: un po’ per mancanza di materiale un po’ per scopo strettamente documentaristico, l’intero fenomeno viene liquidato con cinque paginette cinque su gruppi al femminile ben poco rivoltosi. D’altra parte, è giusto seguire lo spirito dei tempi: e i tempi furono maturi solo con la seconda ondata di disagio giovanile, culminata nel ’77 con Radio Alice, il libro-rivelazione Porci con le ali e il punk. L’ideologia do it yourself del movimento ha indubbiamente stimolato le donne a imbracciare gli strumenti e a confrontarsi con i colleghi maschi senza complessi di inferiorità.
La seconda grande ondata di rock al femminile è targata anni Ottanta e Novanta, soprattutto in coincidenza con l’avvento delle riot girls americane. Courtney Love e le Hole, le Babes in Toyland, Bikini Kill e Sleater-Kinney sono solo alcune delle band al femminile che hanno contributo a plasmare in modo permanente la visione maschia del rock. Anche in Italia, non c’è dubbio.
Il libro di Jessica Dainese prosegue svelto per decenni arrivando dritto dritto al presente, che non manca di colore e interesse.
Insomma, Le ragazze del rock ci sanno fare per davvero; non è una finta. Andate e sfogliate senza paura queste pagine vibranti; fatevi immergere nelle curiosità; gustatevi il ruggito delle donne. I am a woman, hear me roar!

Pubblicato in myword.it, gennaio 2012

laura.albergante